Viaggio tra gli ingressi di Viterbo/6 – Porta San Pietro, la grande occasione sprecata
Porta San Pietro 01
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In qualche modo si tratta di biglietti da visita del capoluogo della Tuscia e forse è giunto il momento di prendersene cura, visto il ruolo importante che giocano nella costruzione dell'immagine della città. Abbiamo iniziato da Porta San Leonardo, poi Porta della Verità, quindi Porta Romana e Porta Faul. Poi Porta Fiorentina e oggi Porta San Pietro.

Il cuore di Viterbo, il vero cuore della città medievale, è raggiungibile percorrendo varie strade e soprattutto attraversando diverse porte antiche che rendono l’atmosfera ancora intatta subito prima dell’arrivo al quartiere di Pianoscarano.

Una di queste porte è Porta San Pietro, una delle più antiche della città e già chiamata Porta Salicicchia forse in riferimento al termine silices cioè i selci con cui era pavimentata la strada. Addossato alla porta c’è il malmesso Palazzo dell’Abate, che deve il suo nome ai monaci cistercensi di San Martino al Cimino, usato nei mesi invernali come rifugio cittadino quando nel convento in montagna faceva troppo freddo.

Il Palazzo è una vera perla di architettura e di verde, soprattutto per il signorile cortile interno quasi completamente sconosciuto alla maggior parte dei viterbesi di più recente generazione. Poco più in là, in una rientranza delle mura, si trova Porta Fiorita chiusa nel XV secolo e riaperta nel 1985.

Porta San Pietro quasi non si nota attraversandola: si fa più caso alla fontana di acqua stagnante che trabocca proprio lì accanto, al portellone eroso dal tempo in più punti e agli affreschi nella parte superiore della porta che scompaiono di giorno in giorno. Anche la parte interna, non è da meno: la piccola statua religiosa posta in una nicchia delle mura medievali quasi non si vede più, tanto è ricoperta da erbacce infestanti, segnali stradali e scampoli di lavori in corso la fanno da padroni nella piazzetta antistante la porta.

E pensare che solo qualche metro più in là esiste un vero gioiello, un piccolo paese in muratura che si meriterebbe un’entrata degna del suo splendore.

 

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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