Viaggio nei palazzi storici viterbesi- In visita da Donna Olimpia
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VITERBO-Palazzo di Donna Olimpia, Porta San Pietro. Il trambusto del tran tran quotidiano spesso nasconde la bellezza di questo storico palazzo viterbese che ha una storia che vale la pena di essere raccontata

VITERBO- Palazzo di Donna Olimpia, Porta San Pietro. Il trambusto del tran tran quotidiano spesso nasconde la bellezza di questo storico palazzo viterbese che ha una storia che vale la pena di essere raccontata.

La storia del palazzo inizia nel XIII secolo, quando divenne la sede dei monaci cistercensi di San Martino al Cimino e, come tale, rimase noto, ancora oggi, come Palazzo dell’Abate. Il monumentale edificio, si staglia di fronte a chi varca Porta San Pietro e subito mostra, le “ferite” dei tanti lavori di rifacimento che si sono alternate negli anni.

Nel 1500 il cardinale Francesco Piccolomini, dopo essere divenuto commendatario dell’Abbazia di San Martino, prese possesso dell’antica residenza viterbese e la fece opportunamente restaurare. Poco dopo ne promosse l’ampliamento e altre modifiche arrivate fino ad oggi. A metà del 600, Donna Olimpia ricevette dal cognato, papa Innocenzo X Pamphili, il titolo di principessa di San Martino, entrando così in possesso del bel palazzo nel cuore di Viterbo. 

Destinata dal padre a diventare suora insieme alle due sorelle, rifiutò di prendere i voti e denunciò il padre spirituale di tentata seduzione e molestie. Di carattere risoluto e determinato, Donna Olimpia si sposa prevaricando sul volere paterno, ma resta vedova solo dopo tre anni dal matrimonio. Il secondo marito fu Pamphilio Pamphili che la introdusse nella società romana e la imparentò con il futuro Papa Innocenzo X. Eletta Principessa di San Martino, si adoperò molto per piccolo borgo viterbese apportando molte modifiche e abbellimenti alle chiese, ma anche al palazzo che ad oggi ancora porta il suo nome. Donna Olimpia morì di peste nelle sue tenute viterbesi di San Martino al Cimino nel 1657, lasciando in eredità 2 milioni di scudi. Ella fu sepolta sotto la navata centrale dell’abbazia di San Martino al Cimino.

Oggi il Palazzo dell’Abate è sede dell’incuria e dell’abbandono. Il suo bellissimo cortile interno accoglie grandi spazi verdi che però non ricevono alcun tipo di manutenzione. Stessa sorte per la facciata esterna che si piega sotto il peso dell’indifferenza.

 

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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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