Viaggio nei palazzi storici viterbesi- Casa Poscia, il profferlo più bello della città
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VITERBO - La chiamano "la casa della Bella Galliana", è uno degli edifici storici più belli e suggestivi della città. Come la più bella fanciulla della storia viterbese, Casa Poscia rappresenta uno dei gioielli dell'architettura di Viterbo.

VITERBO – La chiamano “la casa della Bella Galliana”, è uno degli edifici storici più belli e suggestivi della città. Come la più bella fanciulla della storia viterbese, Casa Poscia rappresenta uno dei gioielli dell’architettura di Viterbo.

Casa Poscia, dall’ultima famiglia proprietaria dell’edificio, fu eretta nel XIV secolo secondo le regole architettoniche dell’epoca, vicina alle contaminazioni gotiche arrivati a Viterbo dopo la fondazione della grande abbazia cistercense di San Martino al Cimino.  Casa Poscia è un piccolo scrigno che racchiude al suo interno tutti gli stilemi della tipica abitazione medievale e, ancora oggi, resta uno degli esempi meglio conservati dell’architettura del periodo. 

Al visitatore che nota l’edificio per la prima volta, resta impresso prima di tutto, il profferlo da sempre definito il meglio conservato di tutta la città. Questa particolare costruzione arricchisce la casa con una scala esterna sporgente, realizzata con l’idea di proteggere gli esercizi commerciali posti subito sotto l’edificio. L’origine di questa suggestiva costruzione è collegata, probabilmente, ad una tradizione architettonica rurale, che si è poi diffusa anche nella città. Certamente funzioni difensive, ma anche decorative che rendono il palazzo ancora più bello e caratteristico. La prima testimonianza della presenza di profferli in città risale al 1220 circa.

Il caratteristico balconcino è impreziosito alla base da eleganti mensoline sporgenti, che si ripetono anche lungo la parte esterna della scalinata: è sicuramente uno dei profferli più compiuti della città, ricavato nella pietra viva ed animato da una decorazione dell’intaglio deciso è profondo. 

Casa Poscia accoglie il turista come un fulmine a ciel sereno: appare di colpo volgendo lo sguardo da Via Cavour verso le ripide scalette di Via Saffi e si ferma come ricordo indelebile negli scatti di chi visita Viterbo per pochi giorni, ma anche di chi la vive tutti i giorni.

 

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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