“Valeva la pena per un papa venire a Viterbo” – 36 anni fa la visita pastorale di Giovanni Paolo II. I discorsi integrali pronunciati dal papa-santo durante la visita
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Gli Stati Generali La Fune
VITERBO – Era il 27 maggio del 1984. Giovanni Paolo II venne in visita pastorale a Viterbo. In esclusiva per i lettori de La Fune abbiamo raccolto gli storici discorsi che il papa, poi proclamato santo, fece ai giovani, alle suore di Santa Rosa, ai detenuti e agli infermi.

VITERBO – Era il 27 maggio del 1984. Giovanni Paolo II venne in visita pastorale a Viterbo In esclusiva per i lettori de La Fune abbiamo raccolto gli storici discorsi che il papa, poi proclamato santo, fece ai giovani, alle suore di Santa Rosa, ai detenuti e agli infermi.

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI GIOVANI

Piazza del Plebiscito Domenica, 27 maggio 1984

Carissimi giovani!

 L’ultimo incontro di questa giornata così intensa, l’incontro che conclude e, in certo senso, corona la significativa esperienza che mi è stato dato di vivere in questa vostra antica città, è quello con voi, ragazzi e ragazze di Viterbo e delle località vicine, che numerosi siete convenuti in questa piazza per testimoniare la vostra fede ed esprimere con suoni e con canti la gioia che portate nel cuore.

A voi il mio saluto cordiale! Un saluto che intende raggiungere altresì tutti i giovani vostri coetanei, anche quelli lontani dagli ideali che alimentano il vostro entusiasmo. Sappiano anch’essi che il Papa ha avuto per loro un pensiero affettuoso. Egli infatti è convinto che, pur in situazioni molto diverse, essi continuano a interrogarsi sul senso della loro esistenza e sulle scelte che potrebbero dare appagamento alle attese del loro cuore.

L’augurio che ad essi rivolgo è che non si stanchino di cercare, perché se sapranno perseverare con animo disponibile e aperto non mancheranno alla fine di incontrare la risposta convincente ed esaustiva. Questa risposta – voi che mi ascoltate lo sapete – è Cristo, Uomo-Dio, morto e risorto per la salvezza del mondo.

A voi, giovani credenti, spetta dunque il compito di recare ai vostri coetanei l’annuncio di Cristo, Verbo incarnato, nel quale soltanto trova piena luce il mistero dell’uomo. Egli che “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente di uomo, ha agito con volontà di uomo, ha amato con cuore di uomo” (Gaudium et Spes, 22), sa risolvere in modo appagante i problemi che ci angustiano. Egli sa infondere nei nostri cuori le certezze capaci di orientare il cammino fra le vicissitudini della vita verso il traguardo definitivo che si profila all’orizzonte del tempo e che ha nome “vita eterna”.

Cristo è l’uomo nuovo, l’uomo perfetto. A voi il compito di farvene testimoni credibili con la parola e con l’esempio, perché anche ad altri cuori sia data la gioia dell’incontro risolutivo e beatificante con lui.

Giovani, siate testimoni della novità di Cristo innanzitutto nella vostra vita personale. Il Battesimo ha posto in voi il germe della vita stessa di Cristo. Capite che significa questo? Voi portate nell’anima la vita di un risorto. San Paolo trae la logica conseguenza: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio, pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3, 1-2).

Ecco, dunque: il cristiano è chiamato ad essere un uomo nuovo nel modo di pensare, nuovo nel modo di sentire, nuovo nel modo di comportarsi. In lui si deve affermare progressivamente un’armonia tra pensiero e azione, tra sentimento e istinto, tra spirito e carne, che susciti in quanti lo avvicinano la percezione della forza superiore che opera in lui. L’uomo di oggi, fiero degli straordinari progressi scientifici compiuti, è portato a tentare di risolvere i suoi problemi interiori mediante gli artifici tecnici di cui si serve per superare le difficoltà che incontra nel mondo esterno. E non s’accorge che, così facendo, non solo offende la propria dignità perché abbassa se stesso al rango di un oggetto manipolabile, ma si espone inoltre a pericolose illusioni circa la maturità personale raggiunta; crede di essere padrone di una sua situazione interiore, mentre è solo schiavo di un artificio, che, quando poi viene meno, lo lascia nell’esperienza bruciante della propria povertà morale. A voi giovani che avete la fede, l’ardua ma affascinante missione di proporre al mondo contemporaneo la testimonianza di quel che è un essere umano rinnovato interiormente dal Cristo risorto.

Essere nuovi dentro è il presupposto indispensabile per costruire un rapporto nuovo con gli altri. Ecco l’altro aspetto della novità cristiana: in un mondo che, quando non cede alla tentazione della violenza, non di rado assume a norma di condotta sociale una sorta di ragionato egoismo, non costituisce forse una proposta di rivoluzionaria novità quella di costruire i rapporti umani su di un sentimento disinteressato come è quello dell’amore? Eppure è proprio questo che Gesù ha chiesto a coloro che credono in lui. Non ha detto forse nell’ultima cena: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri” (Gv 13, 34)?

Ecco: un comandamento nuovo per una società nuova. Non deve quindi stupire che il papa Paolo VI abbia ricordato ai cristiani che essi sono impegnati a costruire la nuova “civiltà dell’amore”. E l’amore è rispetto, l’amore è comprensione, è simpatia, è condivisone. L’amore è farsi coinvolgere gli uni nella vicenda degli altri, così come avviene in una famiglia tra persone nelle cui vene scorre il medesimo sangue. E non è forse una famiglia quella di coloro che siedono alla stessa mensa eucaristica, per cibarsi del medesimo pane? San Paolo ha un’espressione molto forte al riguardo: “Poiché c’è un solo pane noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1 Cor 10, 17).

“Un corpo solo”. Quanto siamo lontani da vaghe forme di filantropia o di semplice umanitarismo! Qui c’è l’affermazione di una solidarietà che affonda le radici in un’oggettiva comunione di vita fra coloro che, nell’Eucaristia, diventano tutt’uno col medesimo Cristo. Non ti puoi disinteressare di chi è parte di te: la solidarietà col fratello, più che un dovere, è ormai un’esigenza che ti si impone dal di dentro.

Il futuro dell’umanità sta nel segno di tale esigenza: la civiltà del futuro o sarà una civiltà dell’amore o non sarà.

 V’è ancora un terzo aspetto della novità di Cristo, che voi giovani siete chiamati a testimoniare di fronte al mondo: è quello di un nuovo rapporto con l’ambiente naturale che vi circonda.

L’uomo, soprattutto in questo ultimo secolo, ha fatto un uso delle realtà terrestri che in non pochi casi si è dimostrato irresponsabile: sono molte ormai le voci che denunciano la “crisi ecologica”, da cui è oggi minacciata l’umanità. Occorre imparare a guardare alla natura con occhi nuovi.

Ebbene, chi può fare ciò meglio del cristiano, che dalla fede è guidato a scoprire nelle realtà del mondo l’opera sapiente e munifica del Creatore? Sole e stelle, acqua e aria, piante e animali sono doni con cui Dio ha reso confortevole e bella la dimora che nel suo amore ha preparato all’uomo sulla terra. Chi lo ha compreso non può non guardare con riverente riconoscenza alle creature della terra e trattarle con la responsabile attenzione che gli impone un doveroso riguardo verso il divino Donatore. C’è un passo di un documento conciliare che esprime molto bene tutto ciò: “Redento da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l’uomo può e deve amare le cose che Dio ha creato. Da Dio le riceve e perciò ad esse guarda con animo riverente come se al presente uscissero dalle mani di Dio” (Gaudium et Spes, 37).

V’è di più: nel corpo glorioso del Redentore risorto il cristiano contempla gli elementi della terra elevati a una superiore condizione di incorruttibilità (cf. 1 Cor 15, 42-44), che è anticipazione di quei “cieli nuovi” e di quella “nuova terra” (cf. 2 Pt 3, 13; Ap 21, 1), verso cui Dio conduce la storia. Come potrebbe il cristiano non sentirsi influenzato da una simile prospettiva nel quotidiano rapporto con le realtà terrestri che lo circondano?

Ecco, dunque, l’atteggiamento del credente: di fronte al creato egli ammira, ringrazia, loda; e, pur valendosi di ciò che il Creatore ha profuso nell’universo, non si abbandona a un uso dissennato delle risorse, né si lascia tentare da forme di arbitraria violenza verso i componenti di quel “regno animale”, al quale egli stesso, pur emergendone per la prerogativa dello spirito, nella dimensione corporea appartiene. Il mondo non è frutto del caso, ma opera sapiente di Dio. Esso inoltre è destinato a una misteriosa trasformazione finale che lo disporrà ad “entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (cf. Rm 8, 21). Occorre quindi procedere in modo da non sconvolgere il piano divino, rischiando di provocare conseguenze catastrofiche per l’umanità di oggi e, soprattutto, per quella di domani.

Carissimi giovani, ecco la mia consegna: siate testimoni del Cristo risorto nella novità della vostra vita personale, nella novità del vostro rapporto con gli altri, nella novità del rapporto con l’ambiente. Di una simile novità avete un modello affascinante in un figlio di questa vostra terra, un umile frate cappuccino, che io stesso ho avuto la gioia di iscrivere nell’albo dei santi: san Crispino. Conquistato da Cristo, egli seppe aprire il suo cuore alla forza vittoriosa della grazia, lasciandosene permeare in ogni manifestazione della propria esistenza, fino a diventare incarnazione vivente del Vangelo. Questo fu il segreto di quella letizia che, attraverso l’abituale sorriso irraggiante dal volto e le sapide battute che gli fiorivano sul labbro, raggiunse e confortò tanti cuori. Egli percorse ogni giorno, per lunghi anni, queste contrade, donando a tutti con la parola e con l’esempio conforto e speranza.

La sua testimonianza e quella degli altri vostri santi, in primo luogo di santa Rosa, rinsaldino la certezza che in ogni ora della vita, anche in quella più buia, è possibile attingere dalla fede la luce per non smarrirsi e la forza per non soccombere. Siate voi, giovani, gli araldi di questo messaggio di speranza!

Con la mia Benedizione!

 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALLE SUORE RACCOLTE NEL SANTUARIO DI SANTA ROSA

Domenica, 27 maggio 1984

Ringrazio innanzitutto monsignor vescovo per le calde e affettuose parole, con le quali ha voluto introdurre questo nostro incontro, e voglio esprimere la mia gioia profonda per essere qui tra voi, sorelle carissime, a ricordare, con gratitudine a Dio, gli importanti anniversari di due grandi figure femminili che hanno illustrato e illustrano, con il loro esempio di santità, la storia viterbese: il 750° anniversario della nascita di Santa Rosa e il 400° della nascita di santa Giacinta Marescotti.

Care religiose di vita contemplativa e di vita attiva qui presenti, quale più bella occasione che questa della commemorazione delle due sante, per meditare brevemente assieme, alla luce della loro testimonianza sempre attuale, il significato e il valore della vocazione religiosa?

Pensare e ripensare con chiarezza a questo grande tema della vita cristiana non è mai inutile, perché continuamente e direi quasi ogni giorno è necessario difendere questo altissimo valore da una serie persistente di insidie, a volte assai sottili, per mezzo delle quali lo spirito del male vorrebbe distruggerlo.

Santa Rosa e santa Giacinta, come del resto ogni anima che vuol seguire veramente Cristo, soprattutto se si tratta di vita consacrata, ci insegnano, con la loro vita, quella che potrei definire la “gioiosa serietà” dell’impegno che si assume davanti a Dio quando si risponde alla sua chiamata: gioia, per la consapevolezza dell’amore speciale del quale si è immeritatamente oggetto; serietà, sapendo che tale chiamata coinvolge, concretamente, il senso totale della nostra esistenza. La vocazione cristiana e battesimale e, ancor più, quella religiosa, che ne è uno sviluppo, toccano l’intimo del nostro essere davanti a Dio. Col nostro atteggiamento – positivo o negativo – davanti ad essa, noi mettiamo in gioco il nostro destino eterno.

Ma ciò, che cosa suppone? Evidentemente la capacità di mettere la nostra esistenza in rapporto con l’assoluto, con l’eterno, cioè – in definitiva – con Dio; suppone, in altre parole, la capacità di scoprire a fondo quell’immagine di Dio che è in noi e che anzi noi siamo. È solo cogliendo, con una speciale attitudine all’ascolto, questa “scintilla” di eterno che c’è nel nostro spirito – la chiamata divina – che noi, superando il caduco e il contingente, potremo prendere quella decisione definitiva sul senso della nostra esistenza, decisione che, come è un atto di fiducia nell’aiuto divino, così è anche il segno della vera maturità umana. In questo libero vincolarsi per sempre a Dio – s’intende dono un periodo di prudente verifica – noi raggiungiamo la vera libertà e compiutezza della nostra personalità, in senso umano prima ancora che cristiano. “Umanità matura, infatti – come dicevo nella mia enciclica Redemptor hominis (n. 21) -, significa pieno uso del dono della libertà… E questo dono trova la sua piena realizzazione nella donazione senza riserve di tutta la persona umana creata, in spirito di amore nuziale a Cristo” e, attraverso Cristo, all’intera umanità.

Una delle cause della scarsità di vocazioni e delle stesse defezioni, è il timore di prendere decisioni definitive e vincolanti circa l’orientamento di fondo della nostra vita.

Santa Rosa e santa Giacinta – come pure la beata Gabriella Sagheddu, i cui resti mortali sono custoditi in uno dei vostri monasteri, quello di Vitorchiano – ci ricordano col loro fulgido esempio la necessità di avere la forza di superare tale timore che proviene dall’elemento di incertezza proprio della nostra esistenza e di affermare, con coraggiosa umiltà, la dignità del nostro essere di chiamati alla vita eterna, e quindi a decisioni irrevocabili. È questa la via per realizzare veramente la propria personalità umana e cristiana.

In santa Rosa vediamo l’esempio di questa generosa e totale adesione alla chiamata divina. Nella sua pur breve esistenza, l’eroica convinzione con la quale essa seppe accogliere nella sua vita la parola di Dio ci rende consapevoli del grado e dell’intensità con cui visse la sua fedeltà incondizionata a Dio.

Ammirevole è in questa giovane la professione pubblica della sua fede: un atteggiamento che denota in lei quella dedizione al bene comune della società e della Chiesa, che costituisce una delle componenti essenziali dell’amore cristiano verso il prossimo, fondato, come sappiamo, sull’ascolto e la pratica della volontà divina. È infatti dalla sua intimità con Cristo Signore, e dalla disponibilità al suo Spirito, che Rosa trasse quella mirabile sapienza e fortezza, che le consentirono di svolgere il suo apostolato, nonostante le difficoltà e le opposizioni che essa incontrò.

Per questi motivi, pur nella profonda mutazione dei tempi, è importante punto di riferimento per tutte le giovani e le donne cristiane che vogliono realizzare in pienezza e con vera libertà la dimensione sociale ed ecclesiale della loro personalità.

 In santa Giacinta, poi, in modo particolare, vediamo l’esempio di come la fedeltà all’assoluto divino, propria della consacrazione religiosa, richieda sempre il mutuo sostegno che devono prestarsi il momento della contemplazione e quello dell’azione come componenti di un unico movimento che è cammino verso il regno di Dio e progresso nella santità.

Non cedete mai alla tentazione di separare e contrapporre tra loro quei due momenti, né di sottolineare l’uno a scapito dell’altro, ma invece impegnatevi continuamente, nel vostro pensiero e nella pratica di vita, a unirli strettamente tra loro pur nella necessaria distinzione.

L’esempio di santa Giacinta è un invito per tutte voi, care sorelle monache e suore, ad approfondire i legami spirituali che intercorrono tra le vostre rispettive vocazioni – contemplativa e attiva – nel rispetto e nella fedeltà assoluta al carisma specifico che il Signore vi ha dato. Uno scambio più intenso tra voi, realizzato in questo spirito, non potrà che perfezionare il vostro cammino religioso e render più fecondo il vostro servizio ai fratelli.

I monasteri sapranno cogliere meglio la loro inserzione nel tessuto sociale ed ecclesiale nel quale vivono e quindi meglio corrispondere, secondo i loro compiti specifici, alle attese spirituali dei fratelli. Le comunità di vita attiva, dal canto loro, potranno comprendere meglio come il segreto della vera efficacia apostolica e missionaria si trova nella capacità di realizzare, nel corso della giornata, un adeguato spazio di preghiera e di intimo e filiale colloquio col Signore.

 Ecco, care sorelle, i pensieri che questa felice occasione ha fatto sorgere nel mio animo. Mettetevi alla scuola dei santi con decisione e fiducia. Certamente, dovete saper cogliere la sostanza del loro insegnamento, al di là degli aspetti caduchi, presentandola con un linguaggio comprensibile agli uomini di oggi e applicandola alle necessità proprie del nostro tempo.

Con tali fervidi auspici, vi saluto tutte cordialmente, ricordando in modo speciale le anziane, le ammalate, le sofferenti, coloro che hanno faticato a lungo nella vigna del Signore. A tutte, nel nome della beatissima Vergine, va il mio augurio di continuo progresso nella sequela di Cristo.

Il fatto che in questo santuario siano conservate le spoglie mortali di Mario Fani, appartenente a quel gruppo di laici dal cui entusiasmo apostolico nacque l’Azione cattolica italiana, mi induce a chiedervi di pregare perché l’impegno di testimonianza cristiana continui a trovare nel Viterbese cuori generosi di giovani e di adulti disposti a spendersi coraggiosamente per l’avvento del regno di Cristo nel mondo d’oggi.

Nell’invocare su di voi la protezione della Vergine santissima, di cuore vi benedico.

 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI DETENUTI NEL CARCERE DI VITERBO
Domenica, 27 maggio 1984

La mia prima parola, appena giunto in questa amata città di Viterbo, è per voi, cari fratelli e sorelle. Ho accolto volentieri l’invito rivoltomi e sono lieto di questo mio incontro con voi.

Resteremo insieme solo per pochi minuti. Lo dico con un po’ di amarezza, perché desidererei avere più tempo per fermarmi, per salutarvi singolarmente, per ascoltare anche la storia di ognuno di voi.

Mi sia consentito, almeno, rivolgere a tutti un saluto pieno di affetto, nel desiderio che esso giunga all’animo di ognuno, insieme col mio ringraziamento per avermi manifestato, con il vostro entusiasmo, che siete contenti della mia presenza. Ho ascoltato con viva emozione le sentite parole che uno di voi, a nome di tutti, mi ha rivolto: siate certi che mi resteranno scolpite nell’animo.

Che cosa posso dirvi, figli carissimi? Sono venuto con le mani vuote, ma con il cuore pieno.

Le mie mani, purtroppo, sono vuote. Infatti, come vedete, non ho nulla di ciò che pur avrei desiderato portarvi in questo momento e a cui il vostro pensiero corre con maggiore frequenza. Come ben sapete, non vi posso donare la libertà: sono dolente di non poter fare nulla in questo senso.

Ma se le mie mani sono vuote, il mio cuore è pieno. Pieno di affetto, pieno di sentimenti di amicizia e di cordialità, soprattutto carico di tutta la carità del Signore. Sì, fratelli, la mia ricchezza è questa, ed è dolcissima e sconvolgente insieme. Sono venuto nel nome di Dio e intendo rivolgermi a voi come lui in persona vi parlerebbe. Accogliete quindi questa mia parola come un dono del Signore stesso.

Innanzitutto una parola di speranza. Certo, sembra a prima vista una parola fuori posto. Quest’ambiente e l’esperienza sofferta che vivete sembrano parlarvi tutt’altro linguaggio. Eppure io sento l’audacia di dirvi che dovete, che potete sperare. Parlo della speranza cristiana, quella che nasce dalla certezza che Dio ama noi creature, che è Padre di misericordia, che ha inviato suo Figlio Gesù perché noi tutti fossimo salvati. Voi sapete che Gesù è stato vicino soprattutto ai sofferenti e ai tribolati; ricordate che non ha esitato a identificarsi con un prigioniero: “Ero in prigione e siete venuti a trovarmi” (Mt 26, 36).

Ed io sono qui per esortarvi a sperare, a credere che il Signore ha un messaggio per ognuno; a guardare alla vita con occhi nuovi, a pensare anche che qualcuno vi vuol bene e vi attende,

Con la speranza, ecco il dono della fiducia. Fiducia in Dio, innanzitutto; e, grazie a lui, fiducia in voi stessi e negli altri uomini. Come vorrei convincervi che il Signore per primo crede e ha fiducia in voi! Insieme con lui, anch’io ho fiducia nelle vostre possibilità di bene, che sono tante e forse più grandi di quanto voi stessi pensate; sono certo che saprete sviluppare tutte le potenzialità e le disposizioni buone che conservate nel cuore. Qualunque sia il passato e per quanto si preannunci difficile il futuro, sappiate che il Signore non vi abbandonerà, ma vi sta accanto e vi sostiene.

E, infine, una parola di liberazione. Se non mi è possibile donarvi la libertà fisica, vi posso annunciare il segreto della liberazione spirituale e morale. Anche questa libertà, che tocca il profondo del cuore umano, si trova in Gesù, il nostro liberatore. Egli si presentò proprio come colui che proclamava “la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri” (Is 61, 1). Con tale missione, non intese soppiantare gli ordinamenti costituiti. Egli mirava ad una liberazione più profonda e più vera, quella interiore. Voleva, e vuole, condurre l’uomo dalla schiavitù di se stesso, dell’egoismo, della cattiveria e dell’ingiustizia, alla liberazione autentica, cioè alla capacità di cambiare, di rinnovarsi interiormente, di “rinascere”, di diventare persona nuova. Questo è possibile, può avvenire in qualsiasi circostanza, potrebbe essere il miracolo dell’attuale vostra permanenza in questa casa.

Sono certo, figli cari, che accoglierete con cuore aperto questo mio augurio.

Con esso vi lascio, mentre saluto le autorità carcerarie, i cappellani, tutto il personale e mentre esprimo la mia gratitudine a quanti hanno collaborato a rendere possibile questo incontro.

A tutti la mia benedizione.

 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AGLI INFERMI
Chiostro degli Agostiniani – Domenica, 27 maggio 1984

Vi saluto con grande affetto, carissimi ammalati, che siete venuti così numerosi ad incontrare il Papa in questo chiostro, accanto al quale sorge il magnifico santuario, dedicato a Maria santissima liberatrice.

Durante le settimane del tempo di Pasqua che sta per concludersi, abbiamo approfondito, nella liturgia, i vari aspetti del mistero della redenzione, che è annuncio di vita, di speranza, di liberazione. Abbiamo riflettuto sull’amore misericordioso di Dio, che offre a tutti la possibilità di essere liberati dal male, e dalla sua radice che è il peccato.

Dobbiamo quindi avere fiducia nell’amore misericordioso di Dio e in pari tempo riconoscere con sincerità la nostra condizione di poveri e di peccatori. È il primo passo per poter ottenere la liberazione da ogni male. Quella liberazione che si ottiene solo nell’incontro con il Cristo crocifisso e risorto.

In questo cammino di liberazione dal male e dal peccato, nell’incontro con Cristo, abbiamo una guida straordinaria e un aiuto potente in colei che, in modo unico, è stata associata all’opera della redenzione: Maria santissima, madre del Redentore e madre nostra. La beata Vergine Maria è invocata dalla Chiesa con vari titoli, tra i quali è particolarmente significativo quello di liberatrice, con cui i fedeli da secoli si rivolgono a lei nel santuario che abbiamo qui accanto.

A lei ricorrono con questa speranza tutti coloro che sono afflitti dal male. A lei domandano aiuto, conforto, speranza. Per mezzo suo offrono a Dio i dolori, le sofferenze, le croci, che non mancano mai nella vita di ogni persona. A lei, liberatrice, chiedono di intercedere presso colui che solo può togliere il male e il peccato.

Sì, carissimi ammalati che qui siete convenuti sotto il peso della croce, a voi fedeli tutti, che li accompagnate portando il vostro cuore oppresso dal peso dell’afflizione: sappiate che Maria santissima, madre del Redentore e madre nostra vuole condurvi all’incontro con Cristo liberatore. Guidati dalla sua mano materna, giorno dopo giorno, siete chiamati a sempre rinnovati incontri con il Cristo che libera dal male. Come dice la lettera agli Ebrei (Eb 12, 12): “Rialzate le vostre mani stanche, fortificate le vostra ginocchia indebolite, camminate su strade diritte, così che il piede zoppicante non diventi storpio, ma guarisca”.

Carissimi ammalati, a Maria santissima liberatrice chiedete la grazia di comprendere e di aiutare chi vi sta vicino a capire che ogni liberazione è effimera e illusoria, se non ci si libera dalla radice del male e della morte che è il peccato.

Mentre implorate la salute del corpo e dell’anima, sappiate offrire, mediante Maria santissima, le vostre sofferenze al Cristo della Pasqua, affinché anche voi possiate diventare, assieme a lui, strumenti di liberazione da ogni forma di male che opprime l’uomo e il mondo.

La Vergine santissima sia sempre la vostra luce, la vostra speranza e indirizzi i vostri pensieri verso quella patria, in cui non esiste più né male né morte.

In pegno di tali voti, di cuore imparto a voi, carissimi ammalati, e ai fedeli tutti qui riuniti, la mia benedizione.

 

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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