
di Alessandro Della Casa
STORIE – La vicenda non è nuova: già se ne parlava nella guida alla Basilica di Santa Croce di Raniero Sciamanni, pubblicata a Firenze nel 1951, è stata poi citata nelle pagine della stampa viterbese (si veda, ad esempio, il dettagliato articolo di Mirko Crocoli, La Statua della Libertà “copia” di un’opera di Pio Fedi, pubblicato sul Corriere di Viterbo online del 3 novembre 2014) e, pochi anni fa, attrasse l’interesse del programma televisivo “cult” Voyager.
La Statua della Libertà, donata dalla Francia agli Stati Uniti, sarebbe ispirata all’opera Libertà della Poesia dello scultore di origini viterbesi Pio Fedi, autore anche della statua del Ratto di Polissena (tristemente celebre, tra l’altro, per la frequenza con la quale attira i vandali di passaggio) che si trova a piazza della Signoria a Firenze.Sarà pertanto sufficiente dare qualche breve cenno. Nel 1871 Fedi, che era nato a Viterbo nel 1815 (ma era vissuto nella città solo per pochi anni) e aveva il proprio studio nel capoluogo toscano, completò il bozzetto del monumento funebre per il tragediografo Giovanni Battista Niccolini, da collocarsi all’interno della basilica di Santa Croce, cantata nei Sepolcri di Ugo Foscolo. Inaugurata nel 1883, la scultura marmorea, alta quattro metri, rappresenta una donna, allegoria della Poesia, vestita di una lunga tunica e con il capo cinto da una corona di otto raggi.
Nella mano sinistra ha una ghirlanda di alloro, caratteristica del genio poetico, e nella mano destra, sollevata oltre la testa, una catena spezzata a testimoniare anche l’impegno di Niccolini per l’indipendenza italiana. Intorno al 1870 giunse a Firenze lo scultore francese Frédéric Auguste Bartholdi, che probabilmente vide e apprezzò il bozzetto del collega viterbese, tanto da prenderne ben più di uno spunto per la forma da dare a quella che sarebbe divenuta la Statua della Libertà, inaugurata tre anni dopo quella di Fedi. La mastodontica Libertà di Bartholdi veste una tunica come la più piccola Poesia di Fedi, ha una corona di sette (invece che otto) raggi in testa, reca nella mano sinistra un libro con su scritta la data dell’indipendenza americana (4 luglio 1776) e nella mano destra, levata in alto, la fiaccola della libertà. Fin qui, come detto, sono informazioni note a molti.Pochi però sanno che Pio Fedi aveva ideato quella che potremmo definire una Statua della Libertà viterbese, che non vide mai la luce.
Nel 1876, infatti, il Comune di Viterbo commissionò al già famoso scultore la realizzazione di un monumento per ricordare i patrioti della provincia caduti nelle guerre risorgimentali e l’annessione al Regno d’Italia, avvenuta nel 1870. L’artista accettò la proposta proveniente dalla città natale, offrendo gratuitamente la propria manodopera e chiedendo che gli venisse rimborsato soltanto il costo del materiale necessario.Il bozzetto conservato alla Biblioteca degli Ardenti e le cronache dell’epoca delineano una scultura alta nove metri: sulla base sono incisi otto leoni e i nomi dei cittadini morti per l’indipendenza; al di sopra si staglia un ottagono sormontato dalla statua di una donna con drappeggio e mantello, la testa cinta da un elmo, il braccio sinistro lungo il fianco e il braccio destro sollevato, in entrambe le mani le catene spezzate della schiavitù.
L’emblema dell’indipendenza e della libertà che sarebbe dovuto sorgere a Viterbo, insomma, era una variazione sul tema della Libertà della Poesia, che Fedi stava edificando in quel periodo, dedicata anch’essa, come si è detto, a un uomo di sentimenti patriottici. Sono quindi palesi le somiglianze con la Statua della Libertà di Bartholdi.Tra l’altro il monumento viterbese venne inaugurato prima degli altri due: il pomeriggio del 7 maggio del 1876, in piazza del Plebiscito, luogo in cui si sarebbe dovuto collocare, alla presenza di Giuseppe Garibaldi che era in visita nella Tuscia. A essere svelato, però, fu soltanto un disegno a grandezza naturale su cartone.
Ne scrisse lo storico e professore viterbese Bruno Barbini in un articolo dedicato al rapporto tra Fedi e la città (Pio Fedi e Viterbo, «Biblioteca e Società», inserto 17, 1993, pp. 8-16), in cui non era comunque rilevata la relazione tra il cenotafio di Niccolini, il progetto della statua da erigere a Viterbo e l’opera di Bartholdi.Le precarie condizioni economiche delle amministrazioni locali e l’impossibilità di giungere a un accordo sulla ripartizione dei contributi (ben prima del federalismo fiscale, dell’arrivo dell’Euro e della spending review) impedirono che si desse avvio al finanziamento e, quindi, fecero saltare il piano. Fedi, anzi, sarebbe stato costretto ad attendere pazientemente anche per vedersi rimborsate le spese per la pietra utilizzata per l’unica sua opera conservata a Viterbo: i quattro leoni della fontana di Piazza delle Erbe, che erano andati a sostituire i rovinati originali seicenteschi di Filippo Caparozzi. In memoria dei viterbesi caduti durante il Risorgimento, invece del monumento, fu apposta la più economica targa che si trova ancora oggi nel giardino di Palazzo dei Priori. Viterbo, senza poterlo prevedere, aveva perso l’occasione di avere la sua piccola Statua della Libertà.


















