

VITERBO – Il centro storico di Viterbo non è un reperto archeologico da museo, né un fondale di cartapesta per le foto dei turisti di passaggio. È un corpo vivo, che respira, che soffre e che – ogni tanto – ha bisogno di uno scrollone per ricordarsi quanto vale. A darlo, questo scrollone, è Michele Schirripa, anima del LAB Restaurant & Drink in piazza del Teatro. Schirripa non è uno che le manda a dire, e il suo ultimo intervento sui social è un manifesto di pragmatismo che squarcia il velo della solita, stantia lamentela viterbese.
Un intervento che non potevamo non notare. A risaltare agli occhi l’alto tasso di verità. Ora questo giovane uomo non è tipo da salire in cattedra ma noi de La Fune – Il Giornale dei Viterbesi non potevamo non tirare fuori dalle sue parole “la lezione di Schirripa”. E farci il titolo.
Il punto centrale dell’analisi di Schirripa è una frustrazione profonda, quella di chi investe, rischia e vede attorno a sé un’inerzia che fa più male alla città della crisi economica. “Viterbo ha un potenziale immenso, ma troppo spesso ci sediamo sugli allori, aspettando che le cose accadano per inerzia”, scrive senza mezzi termini. Un richiamo alla responsabilità collettiva che colpisce duro: non è il centro che “non funziona”, è la visione che spesso latita.
Per Schirripa, la qualità non è un accessorio, ma l’unica vera infrastruttura di una città che vuole competere. Il suo LAB è lì a dimostrarlo: un locale che ha portato a Viterbo il respiro delle metropoli europee senza mai tradire il legame con la Tuscia. Eppure, la strada resta in salita. “Non possiamo pensare di attrarre visitatori o valorizzare il nostro patrimonio se non curiamo il decoro urbano e se non capiamo che ogni serranda chiusa è una sconfitta per tutta la comunità”, sottolinea ancora l’imprenditore.
Ma la riflessione di Schirripa si spinge molto oltre la semplice denuncia, affondando il bisturi nei meccanismi economici reali della città. È un passaggio chiave, lucido e spietato, quello in cui l’imprenditore smonta i falsi miti del commercio locale: “Siamo aperti a Ferragosto per chi è rimasto in città, per i turisti presenti – anche se meno numerosi del previsto – e per chiunque desideri trovare un ristorante, un bar, un negozio o un servizio disponibile. Soprattutto, lo facciamo perché ciascuno di noi, nel proprio piccolo, prova a migliorare l’offerta di Viterbo”.
Ed è proprio questo il punto centrale: il rapporto tra domanda e offerta. Quindi continua: “Siamo abituati a ragionare così: prima arrivano i clienti e poi le attività ampliano gli orari, assumono personale e investono. In teoria è impeccabile. In pratica rischiamo di aspettare i clienti mentre loro aspettano che ci sia qualcosa per cui valga la pena venire.
L’economia di una città non funziona in una sola direzione. La domanda fa nascere l’offerta, ma anche un’offerta più ampia, coordinata e di qualità può generare nuova domanda. Locali, ristoranti, negozi, musei, eventi e servizi danno alle persone un motivo per uscire, fermarsi e tornare. Una singola attività può fare poco; tante realtà che investono e migliorano la propria proposta possono rendere un’intera zona più attrattiva.
Se chi arriva trova poco da fare, rimane meno tempo, spende meno e difficilmente torna. L’offerta si riduce perché manca la domanda, mentre la domanda continua a diminuire proprio perché si è ridotta l’offerta. È un circolo vizioso piuttosto semplice: meno offerta significa meno attrattività; meno attrattività porta meno persone; meno persone generano meno consumi; meno consumi rendono più difficile investire. Fortunatamente lo stesso meccanismo può funzionare al contrario: un’offerta migliore aumenta l’attrattività; una città più attrattiva richiama persone; più persone generano consumi e lavoro; più lavoro rende possibili nuovi investimenti.”
Un’analisi che inchioda tutti alle proprie responsabilità. Il post non è solo uno sfogo, è una vera e propria chiamata alle armi per il mondo dell’imprenditoria e delle istituzioni. “Il centro storico deve essere una piazza del mondo, non un vicolo isolato. Serve coraggio, servono investimenti mirati, ma soprattutto serve smetterla di piangersi addosso”, incalza Schirripa. Parole dure, certo, ma che arrivano da chi il centro lo vive ogni giorno, aprendo la porta del proprio locale con la convinzione che la bellezza, se non accompagnata dall’efficienza e da una progettualità lucida, resta una lettera morta.
La verità che Schirripa mette sul tavolo è scomoda: Viterbo non ha bisogno di elemosine, ha bisogno di una governance che ascolti chi “fa” e di una classe imprenditoriale che capisca che la sfida si vince sulla qualità. “La sfida è aperta, ma dobbiamo deciderci: vogliamo una città che sopravvive o una città che detta il passo?”. È questa la domanda che resta appesa nell’aria. E la risposta, a guardare bene, non è nei palazzi del potere, ma nella capacità di alzare l’asticella. Esattamente quello che lui, giorno dopo giorno, continua a fare.

















