
La terra di Tuscia custodisce grandi tesori e la possibilità di mettere a frutto queste benedizioni della storia per costruire nuova economia attraverso il turismo e tutto l’indotto che questo rende possibile. Uno dei più grandi patrimoni è sicuramente rappresentato dalle tombe etrusche. Un mondo magico e affascinante, frequentato dagli archeologi ma non solo. Esistono in Maremma soprattutto delle figure capaci di destare indubbio interesse. Sono cercatori clandestini di tombe, detti anche tombaroli.
Su Kultural.eu, un web magazine (vedi l’originale), è possibile trovare un articolo a firma di Stefano Russo, davvero affascinante. Racconta una notte trascorsa con loro. Abbiamo deciso di pubblicarlo anche su La Fune.
Le cose del mondo, per l’autore cinese Yu Hua, sono fumo. A volte, possono ridursi anche in polvere, se portate male alla luce.
Lo assicura l’ultimo degli Etruschi, il re dei tombaroli di Tarquinia. Roba di trent’anni fa, o quasi, mai passata di moda. È un racconto, forse un mito, invece no: tutto reale. Testimonianza precisa come un bisturi, nonostante i depistaggi da spy story. Decine di soprannomi, chiamate e appuntamenti rinviati, frasi elusive, la diffidenza di chi è abituato all’ombra, in un andirivieni continuo fra le bettole e il litorale.
Sagra paesana, vino, salsiccia, e quando tutti i bagliori si spengono comincia il rito della vestizione. Tuta scura, maglione di lana, passamontagna, un ninnolo o un qualsiasi oggetto portafortuna; poi la torcia, il metal detector, il binocolo a raggi infrarossi, qualche optional tecnologico per difendersi dalle forze dell’ordine che sorvegliano. Ma quello che conta, assicura l’uomo, è l’intuito, il cervello.
Si va a piedi, con circospezione, fino a un cespuglio di rovi, sotto cui stanno nascosti gli attrezzi. “Se vogliono” e si riferisce agli Etruschi, “vedrai cose che gli archeologi nemmeno si sognano”.
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Gli stivali affondano nel terreno arato di fresco, le luci di Civitavecchia brillano tremule come un ricordo, c’è un libeccio rabbioso che soffia dalla Tolfa. “È il tempo ideale”, commenta il tombarolo. Che si ferma lungo il crinale, dice di stendersi a terra e inizia a perlustrare la zona con lo strumento ottico. Dopo una manciata di minuti nel silenzio più totale, fa cenno a due ragazzi che portano pala e piccone.
Con uno spiedo d’acciaio lungo oltre un metro – che chiama furino – inizia a sondare il terreno. Un passo dopo l’altro, prendendo riferimenti da una sorta di banderuola infilata su una zolla di arato smosso. Sulla provinciale per Tarquinia passano continue le auto. Seguiamo il raglio dei motori finché zittisce dietro la curva.
Passano almeno due ore, in cui l’uomo seguita a spingere e avvitare il furino. Di colpo si ferma, come in trance, ipnotizzato, davanti a un leggero avvallamento. «Bisogna scavare», dice. “Potrebbe esserci una greca, e più in là casse villanoviane”.
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Viterbo, Populonia, Cerveteri, e i valloni delle necropoli rupestri: il triangolo d’oro è sempre qui. Di fronte c’è il mare, complice discreto, che fece grandi i popoli Etruschi attraverso il commercio. Sulle acropoli dell’entroterra rimangono le tracce visibili della loro potenza, che contese invano a Roma il dominio della penisola; qui invece, “sotto ai nostri piedi”, prosegue l’uomo, “c’è molto di più. Qui c’è l’eternità. Mica Arezzo oppure Orvieto, no, qui c’è la Maremma spopolata per secoli dai barbari, e dalla malaria, quella che il Medioevo ha trasformato in un fortino di rocche”.
Non oso chiedere quante possano essere le tombe. Nessuno può saperlo con certezza. Negli anni Sessanta si pensava fossero oltre seimila, ma fra Vulci e Cerveteri i rilevamenti parlano di oltre mezzo milione. Di queste ultime quasi il novanta per cento già saccheggiato in tempi antichi, ma ripercorso ugualmente da generazioni di clandestini.
Gli archeologi scuotono il capo quando sentono ripetersi il ritornello sul mistero degli Etruschi. Ma alla gente il mistero piace, vuole continuare a crederci. Così, da quando il nuovo corso degli studi si concentra sulla civiltà urbana dell’antico popolo (Marzabotto, Acquarossa, Roselle), tantissimo rimane a disposizione dei tombaroli, che riescono a bypassare i controlli.
Si sono spartiti le zone con tanto di codice, parlano di kylix, aryballos, askos, tarchie, oinonochoe e patère con una competenza superiore agli specialisti. Fanno un mestiere sgradito, non accettano di essere definiti “ladri di tombe”, e nell’inerzia degli scavi ufficiali si considerano i veri ricercatori.
Molti reclamano il diritto di lavorare alla luce del sole, magari sotto la cura della Soprintendenza, e disprezzano chi specula su di loro: la ricettazione internazionale che controlla il mercato, gli agenti e i falsi intermediari che lo inquinano. Lanciano pesanti accuse agli archeologi da cattedra e tutti, senza distinzioni, rifiutano l’etichetta di dissipatori del patrimonio artistico.
Le loro storie sembrano venire da romanzi di avventura, eppure sono vicende quotidiane dell’alto Lazio, della Toscana. Uno di loro racconta: “Ho cominciato a quattordici anni, dopo avere scoperto una tana di volpe nella campagna dietro casa. Ci entrai e finii in una camera arcaica piena di vasi di bronzo e ceramica. C’era anche un bel numero di scheletri, e le volpi avevano sparpagliato ossa e cocci dovunque”.
Ognuno di loro sa di poter trovare anche un centinaio di vasi in quelle tombe, perché la ricchezza del corredo varia in base al rango del defunto. “Se tutto è intatto vi sono i recipienti con l’olio, il grano, i profumi, e i resti di conigli e leprotti, uova e lumache. Una volta, in una camera sigillata con la creta, ho potuto vedere il defunto con il vestito ancora addosso, e le cartilagini del naso. Poi arrivarono gli studiosi e andò tutto in polvere”.
È sicuro, lui: nessun archeologo potrebbe raccontare niente di simile. “Con la nostra esperienza riusciremmo a ripulire tutti i Montarozzi, e questa storia finirebbe. Perché fra speculazione edilizia, le fesserie burocratiche e i trattori che arano sempre più a fondo, stiamo perdendo la storia. Là sotto c’è l’eredità degli Etruschi, la risposta a tante domande, e siamo noi che la tiriamo fuori”.
“Quando recuperiamo un vaso” fa eco un altro, “lo portiamo all’aperto con tutte le cautele, gli facciamo vedere il cielo stellato per dargli nuova vita. E prima di richiudere la tomba lasciamo una candela accesa”.
Il rampone che chiamano spido o furino è alto circa 120 centimetri, spesso come un dito mignolo, e ha un corto puntale di vidio, una lega usata per le trivelle. All’estremità opposta c’è saldato un manico di ferro per favorire la presa.
Con questo arnese i tombaroli cercano i tagli che gli Etruschi praticavano nel macco, ossia lo strato di calcare marino uniforme sotto la piana delle necropoli, che sta sotto un metro scarso di terra. Localizzato l’architrave di una camera scavano una buca larga quanto basta per calarsi dall’alto sul blocco che ostruisce l’ingresso.
Ma dalle vibrazioni del furino uno specialista può distinguere un’urna cineraria dell’ottavo secolo, una fossa villanoviana, saggiare la consistenza del pisto o rilevare una volta franata seguendone i contorni.
2Sarei il primo a voler vedere esposto in un museo un pezzo che ho trovato, invece ci trattano come delinquenti, come fuorilegge”, assicura il capo della spedizione. “Ogni notte provo l’emozione della scoperta, la gioia di una bellezza ritrovata. Mi hanno offerto cifre da capogiro all’estero, ma non ho mai smerciato sottobanco una sola scheggia di reperto. Non sono i soldi a guidarmi”.
Riesce a distinguere l’età dei corredi, sa cosa contengono le tombe che visita: ornamenti, elmi, armi, o i buccheri di una camera arcaica, i vestiari del sesto secolo, i crateri a figure rosse e nere del quinto, il periodo attico, o i più decadenti apuli o campani.
I pezzi di maggior pregio sono le ceramiche attiche e gli ori. Un tempo setacciavano perfino la terra nel dromòs, o sui gradini negli ingressi: tutto faceva brodo, se c’erano figure.
I buccheri, ceramiche nere e lucide, valgono qualcosa meno, benché siano autenticamente etruschi. Garantisce uno dei collaboratori, quelli con pala e piccone. Ha recuperato una kylix di Eufronio, lui, anni fa. Con il sogno segreto e impossibile di far parte, un giorno, della Soprintendenza. Ma nelle istituzioni qualunque variazione è vista come una minaccia, un pericolo mortale.
“Era diverso quand’ero ragazz”», assicura. La Barbarano dov’è nato aveva una continuità culturale che risaliva a vertigine nella storia: case arroccate su uno sperone di roccia scolpito come la polena di un veliero. Oggi è uno dei tanti borghi morenti, dove resistono solo i fantasmi del passato.
La vicinanza con la capitale ha causato un’emorragia di forza-lavoro; la zona è rimasta tagliata fuori dai percorsi turistici, nonostante il fascino delle gole del Biedano, con le “tagliate” nella roccia che si aprono spettacolari, e collegano le necropoli rupestri con la via Clodia. O i calatori nascosti nel verde più folto, usati sino agli anni ’70 da pastori e contadini.
Da allora, sulle incantevoli Caiolo, San Giuliano, Norchia, Blera, è sceso il silenzio dell’archeologia ufficiale.
Là, l’ultimo degli Etruschi attende ancora un segno, e guarda verso la sua Mecca, il sancta sanctorum della loro religione, il leggendario Fano di Voltunna. Si leva gli stivali, il passamontagna, pensa ai segreti dei Lucumoni, ai sentieri del trentesimo Larthe, con lo sguardo rassegnato fra le stelle e l’illusione.


















