

VITERBO – Sotto la terra della Teverina, lì dove i campi guardano a Vitorchiano e Viterbo, il sottosuolo continua a raccontare storie millenarie. A volte basta un cavidotto, la modernità che corre lungo i fili dell’energia, per risvegliare il passato. È successo in località Casalaccio, dove una campagna di archeologia preventiva legata ai lavori di Terna ha fatto riemergere un tesoro nascosto: una nuova necropoli che arricchisce in modo straordinario la conoscenza del territorio tra Ferento e Acquarossa.
Venticinque tombe in tutto — sette a camera e diciotto a fossa — che coprono un arco temporale lunghissimo, dal V secolo a.C. fino al II secolo d.C. Una scoperta eccezionale, documentata dalla relazione archeologica firmata dai funzionari Beatrice Casocavallo e Chiara Giatti e avallata dalla soprintendente Margherita Eichberg, che ha spinto il Ministero della Cultura a porre l’area sotto tutela, dichiarandola ufficialmente “di interesse culturale particolarmente importante”.
Gli scavi, condotti su una superficie di circa 600 metri quadrati tra il 9 settembre 2024 e il 23 maggio 2025, sono nati in concomitanza con la posa della nuova infrastruttura energetica diretta alla stazione elettrica di Terna, lo snodo strategico al quale si stanno allacciando i grandi impianti fotovoltaici della zona.
Camminando virtualmente tra i reperti restituiti da questo angolo della Tuscia, ci si rende conto della continuità di un mondo che non smette di stupire. Il nucleo più antico si trova nella parte orientale: tre piccole camere funerarie del V secolo a.C., probabilmente destinate a cremazioni, sigillate da lastre in tufo rosso e custodi di frammenti di ossa, urne e ceramiche a figure rosse. La loro disposizione, allineata verso sud, suggerisce la presenza di un’antica arteria stradale che conduceva alla necropoli.
Poi, con il passare dei secoli, il sito si è trasformato. Di epoca repubblicana e imperiale sono le quattro tombe a camera di maggiori dimensioni. Tra queste spicca la tomba 4, definita la più monumentale: un corridoio con sedici scalini porta a una camera sotterranea a quasi cinque metri di profondità, originariamente pensata per ospitare almeno dodici individui. Nonostante i saccheggi del passato — come quelli registrati all’inizio del Novecento nella vicina tomba 3 —, i luoghi hanno restituito vasellame, lucerne, monete, vetri, bronzi e persino un prezioso specchio circolare in lega d’argento.
Nella parte occidentale trovano spazio le diciotto tombe a fossa, tra cui spiccano dettagli di grande umanità e curiosità: una sepoltura infantile con un orecchino d’oro e i chiodi di una piccola cassa lignea, una tomba con una grossa chiave in ferro accanto al capo, e un’altra in cui sono sopravvissuti i chiodi delle suole di un paio di caligae, le tipiche calzature romane.
Ma la terra di Casalaccio custodiva anche un’altra sorpresa, ben più antica della stessa necropoli: tra la tomba 2 e la 3 sono riemersi i resti fossilizzati del cranio di un bos primigenius, l’uro, il grande bovino selvatico preistorico antenato dei nostri buoi. Un reperto che, secondo la Soprintendenza, alza ulteriormente l’asta dell’importanza scientifica del sito.
Terminate le indagini, l’area degli ipogei è stata completamente reinterrata con materiale inerte, a protezione di una memoria che oggi, grazie a questo intervento di tutela, si consegna ufficialmente alla storia e all’identità della Tuscia.

















