
IL PUNTO DI VISTA – Temo che mi ripeterò, ma vale la pena continuare a gettare sassi nello stagno, non per intasarlo beninteso, ma per mantenere attive le onde del pensiero e del ragionamento su un tema che troppo spesso crea equivoci intellettuali e fraintendimenti comunicativi: la cultura.
Ricordo che il Liceo Classico, negli anni ’60, era la scuola che per eccellenza insegnava cultura. E cultura significava sapere di latino e greco, di letteratura, di filosofia, di arti e di storia. Imperava l’idea crociana che matematica e scienze (comprese quelle sociali) fossero materie per “vili meccanici” e guardavamo ai nostri amici che frequentavano il liceo scientifico con bonaria superiorità, senza sapere che in futuro il mondo sarebbe stato più loro che nostro.
Questo significato di cultura è senza dubbio importante; ma estremamente limitativo. Innanzitutto perché esclude di fatto una più profonda conoscenza del sapere scientifico, che nel suo carattere speculativo e innovativo non può essere messo in secondo piano nello sviluppo del pensiero umano. Ci dicevano che sapere di greco e di latino significava stimolare la dimensione intellettuale, la capacità di ragionare, di
solleticare la creatività, ci dicevano addirittura che Galilei e Einstein (del quale ignoravamo le sottigliezze epistemologiche insite nella sua teoria della relatività) senza la conoscenza della cultura classica non sarebbero stati quei geni innovativi della scienza. Poi, all’università, studiando filosofia della scienza e soprattutto sociologia della scienza compresi che il sapere è uno e che la mente non è un sottomarino con i suoi compartimenti stagni. E che quel sapere non è dato una volta per tutte ma cresce, si articola e si propone in virtù di un complesso meccanismo di origine sociale. Appresi che il Prometeo che è dentro di noi ci fa crescere non solo decidendo cosa fare, ma anche a condizione di sapere come fare.
C’è poi un altro aspetto del termine – e del concetto – di cultura che va sottolineato; ed è quello di natura etno-antropologica. La cultura intesa come complesso di modelli riferibili ai valori di base, agli usi e ai costumi, al linguaggio, alle religioni e alle ideologie, a quei fenomeni diffusi che attengono all’identità collettiva e che vanno sotto il nome di folklore e quindi anche ai processi di comunicazione di massa che sono alla base della costruzione sociale del senso.
E così non solo sono cultura la politica e la scienza, ma anche la produzione di beni, lo sviluppo dell’informazione, le attività di consumo, la moda e l’enogastronomia, compreso l’uso del tempo libero. Il fatto che l’UNESCO consideri il Trasporto della Macchina di S. Rosa o la Cucina Italiana come patrimonio immateriale (cioè culturale) dell’umanità certifica dunque la complessità del concetto di cultura. E allora, tanto per essere chiari e per scendere dal banco della teoria a una pratica operosa. Ben venga un concerto di musica barocca nella cornice di una chiesa sei-settecentesca, ma anche il concerto di musica pop di un rapper di successo; ben venga il concettoso pensiero esposto in sala da un intellettuale di gran nome, ma anche l’aperto dibattito in piazza con i protagonisti della nostra società in divenire; ben venga la valorizzazione di musei e biblioteche, ma anche la definizione di percorsi turistici in grado di far conoscere
l’identità storica e sociale della Città e del suo territorio; ben venga l’apertura di mostre d’arte, ma anche il moltiplicarsi di eventi che coinvolgano i cittadini e un sollecito lavoro di educazione, di informazione e di coinvolgimento per le nuove generazioni; ben venga, insomma, la cura della città intesa come comunità espressiva.
Tutto ciò, purtroppo, non è scontato. E questo vale anche per la nostra Città, dove spesso si concepisce ancora una cultura per così dire “libresca” che, in un modo o nell’altro, finisce per cadere dall’alto come un velo sì di purissima seta, ma che impedisce di discernere con esattezza i veri problemi e le potenziali prospettive di crescita della comunità viterbese.


















