

VITERBO – Un estimabile archistar si è palesato nella Tuscia, a chiusura della giostra stagionale della nostra gloriosa Biblioteca Consorziale. Parliamo di cotanto Mario Cucinella, uomo d’ingegno e di lapis facile, il quale ha deciso di presentarsi al cospetto del pubblico viterbese non già con l’usuale “divisa” borghese o l’aplomb del professionista milueto, bensì fregiato di una vistosa e inequivocabile maglietta del Che, il buon Ernesto Guevara de la Serna. Roba da far trasalire i gendarmi del buon gusto e drizzare i capelli ai notabili della provincia.
Il prologo, bisogna dirlo, è stato un saggio di alta diplomazia letteraria e civile. Il commissario straordinario Paolo Pelliccia, padrone di casa dal verbo forbito e dalla memoria lunga, ha esordito porgendo i suoi ossequi al Capo dello Stato nel giorno dell’ottantacinquesimo genetliaco, ricordando il gradito messaggio dello stesso Quirinale e quel volume dal titolo Tu non uccidere vergato anni addietro a quattro mani con Domenico Canzoniero. Non pago, Pelliccia ha evocato la legalità di Falcone e Borsellino – unici in Italia a serbare uno spazio imperituro – e i sacri testi del sommo Bergoglio, menzionando financo l’ingegner Maurizio Milan e la nobile impresa di un ospedale nel Sudan del caro Gino Strada. Un prologo denso, gonfio di richiami alla Magnifica Humanitas, che ha preparato il terreno all’ospite d’onore.
E l’ospite, con l’effigie del guerrigliero argentino stampata sul petto, ha pontificato sulla cosiddetta “empatia creativa”. Cucinella, gran maestro del cemento ecologico e del mattino radioso, ha subito sparato a zero sullo stabusato termine “sostenibilità”, ormai ridotto a vuoto simulacro da salotto buono. Il mattatore dell’architettura ha tuonato contro la melassa degli slogan, invocando un’architettura human-centered che sappia farsi carico dei drammi del creato. E giù con i suoi canti di sirena urbanistica: basta con i piani regolatori che odorano di naftalina e sembrano usciti dal Pleistocene, largo ai tavoli negoziali stile ZES, al recupero delle case popolari lasciate marcire nell’abbandono e a un patto di lungo respiro che esorcizzi la bramosia del singolo mandato elettorale.
Poi, la carrellata delle sue opere, vera e propria Via Crucis laica del mattone verde. Dalla scuola materna in legno vicino Modena – vero e proprio «terzo educatore» alla maniera del pedagogo Malaguzzi – fino a quel capolavoro di climatizzazione naturale in Ghana, tirato su per eludere i mortiferi condizionatori e far respirare i disgraziati con la sola forza dell’ombra e della brezza. E ancora: gli undici anni spesi per la sede ARPA di Ferrara coi suoi centododici camini solari, il pellegrinaggio personale dal sud-ovest dell’Irlanda all’Australia tra torri del vento persiane e pozzi a gradinata indiani, la stravaganza del carro di Santa Rosalia a Palermo, la capanna di terra cruda stampata in 3D battezzata Tecla, per finire con il municipio di Peccioli e la nuova Biblioteca Federiciana di Fano.
Insomma, un Cucinella in versione corsara e rivoluzionaria, tra citazioni di Bergonzoni, richiami alla salute globale e quella casacca del Che stampata sul petto a rammentarci che, nel bene o nel male, l’architettura è pur sempre una lotta di classe (o giù di lì).



























