

CAMERA DI COMMERCIO – C’è una Tuscia che corre sui mercati internazionali, con l’agricoltura e l’agroalimentare che piazzano colpi da fuoriclasse, e una Tuscia che annaspa, chiusa nel recinto di una demografia che invecchia e di un valore aggiunto che fatica a stare al passo con il resto del Paese. La fotografia scattata dal nuovo Rapporto economico dell’Alto Lazio, presentato nella sede della Camera di Commercio di Rieti-Viterbo, è un quadro in chiaroscuro. Una tela dove ai colori vivaci dell’export si contrappongono le ombre lunghe di un mercato del lavoro che mostra la corda.
Il Presidente Domenico Merlani non si nasconde dietro a un dito. Parla di uno “scenario in chiaroscuro” ma sottolinea, con la concretezza di chi le imprese le vive ogni giorno, la “straordinaria capacità di reazione” del nostro tessuto economico. E ha ragione. Perché se guardiamo ai numeri dell’export, il +9,5% registrato nel 2025 non è solo un dato statistico: è il segnale che il Made in Tuscia ha smesso di essere un prodotto locale per diventare una firma ambita sui mercati esteri. Il balzo dell’agricoltura (+53,6%) è un dato che va oltre la semplice economia; racconta di un territorio che sta riscoprendo la propria vocazione più profonda, quella della terra che produce valore.
Ma poi ci sono i dolori. E quelli arrivano puntuali quando si aprono i fascicoli sulla demografia e sull’occupazione. Abbiamo un tasso di disoccupazione che risale al 7,2% e un’anagrafe che ci dice, senza mezzi termini, che stiamo diventando una provincia sempre più anziana. È qui che il dibattito si fa interessante, perché nella sala della Camera di Commercio, davanti alle massime autorità cittadine — dalla sindaca Chiara Frontini al mondo istituzionale, militare e universitario — il discorso è scivolato inevitabilmente verso la necessità di un lavoro corale.
Non si vive di solo export. La crisi del commercio (-2,1%) e della manifattura tradizionale racconta di botteghe e officine che, spesso, non reggono l’urto di un mercato che cambia pelle. Eppure, il segnale di fiducia arriva dal credito: le sofferenze bancarie che crollano del 26,9% ci dicono che le nostre imprese sono sane, che hanno voglia di investire e che, nonostante la frenata del PIL locale nel 2025, lo spirito d’iniziativa non manca. Il saldo positivo della natimortalità imprenditoriale (+0,3%) è il segno tangibile di una provincia che, nonostante tutto, continua a provarci.
Il punto, però, è la visione. Il rapporto non è solo un elenco di cifre, ma una sfida lanciata alla classe dirigente locale. Come si inverte la rotta di una provincia che corre fuori casa ma rallenta tra le proprie mura? La risposta, che emerge tra le pieghe dei discorsi, sta in un mix tra innovazione — pensiamo alla scommessa sulle imprese benefit — e un investimento massiccio sulla formazione, legando a doppio filo le aule dell’Università della Tuscia con le esigenze di un mercato che chiede competenze nuove.
La Tuscia ha potenzialità enormi, quasi inespresse. Lo dicono i numeri del turismo, in netta ripresa, e lo dicono le aziende che, in barba alla geopolitica incerta e all’inflazione, continuano a scommettere su marchi collettivi e transizione digitale. Ma la politica, intesa come guida e regia, deve smettere di essere spettatrice. Il “lavoro corale” evocato durante la presentazione non può restare un auspicio da convegno. È la condizione necessaria per fare in modo che la Tuscia non sia solo un luogo dove si producono eccellenze, ma un posto dove valga la pena restare a vivere e, soprattutto, a lavorare.
Il Rapporto è servito. Ora sta a chi ha in mano le leve del territorio capire come trasformare queste analisi in una strategia che ci faccia uscire, una volta per tutte, dal recinto del “vorrei ma non posso”.






















