

di Fabio Marinaro e Gabriele Sabato
Tuscia, 36.000 imprese. Ma dove e come si produce davvero ricchezza?
di Fabio Marinaro e Gabriele Sabato
La provincia di Viterbo conta poco meno di 36.000 imprese registrate. Un tessuto imprenditoriale importante, con una caratteristica che dovrebbe però farci riflettere. Il numero delle aziende non coincide infatti necessariamente con la capacità di produrre valore aggiunto.
I numeri complessivi offrono una panoramica chiara dei vari comparti, a partire dall’agricoltura che conta circa 10.800 imprese, passando per il commercio con circa 6.400 realtà e le costruzioni che si attestano intorno alle 4.700 unità. Seguono il turismo e la ristorazione con circa 2.500 imprese, la manifattura con circa 1.800, il settore immobiliare con circa 1.150 e i servizi alle imprese con circa 1.000. Chiudono il quadro le attività professionali e scientifiche con circa 900 realtà, la finanza e le assicurazioni con circa 600 e infine il comparto ICT e della comunicazione con circa 500 imprese.
Il punto interessante arriva quando guardiamo alla ricchezza prodotta. L’agricoltura rappresenta circa un’impresa su tre, ma genera una quota molto più contenuta del valore aggiunto provinciale. Al contrario, servizi, attività professionali, finanza, immobiliare e comparti a maggiore intensità di conoscenza riescono a generare molto più valore con un numero inferiore di imprese.
Questo ci dice qualcosa sul futuro della Tuscia. E ci dice qualcosa di più di quanto un elenco di codici Ateco possa mostrare da solo. Dietro ogni comparto c’è infatti una diversa forma sociale d’impresa, una diversa cultura del lavoro nonché un diverso assetto giuridico della proprietà e dell’accesso al mercato. Vale la pena guardarli uno per uno, per provare a proiettare qualche immagine su scenari di crescita futuri.
Una fragilità sociale, prima ancora che economica
Il divario tra numero di imprese e valore prodotto non è solo una questione di composizione settoriale. Esso rappresenta anche una questione di forma giuridica e di struttura sociale dell’impresa. La grande maggioranza delle attività agricole e commerciali della Tuscia nasce e resta ditta individuale. Questa formula garantisce autonomia ma limita strutturalmente l’accesso al credito e la capacità di investimento su larga scala. È lo stesso meccanismo, del resto, che i dati camerali più recenti registrano per l’imprenditoria femminile viterbese, radicata soprattutto nella terra e nella ricezione di servizi: numeri importanti in termini di presenza, ma fragili in termini di capitalizzazione.
A questa fragilità strutturale si sommano lo spopolamento dei comuni dell’entroterra, l’invecchiamento della popolazione attiva e la fuoriuscita dei laureati verso mercati del lavoro esterni alla provincia, fenomeno demografico che il solo dato economico non è capace di raccontare. Un tessuto di 35.900 imprese che invecchia insieme alla popolazione che lo sostiene non produce ovviamente, nel tempo, alcun valore crescente. Esso produrrà invece sostituzione senza crescita. Il desiderio di non avere più semplicemente imprese, ma imprese capaci di generare valore, ci porta a chiederci chi, tra dieci anni, sarà rimasto in Tuscia per farle nascere.
Una questione di cultura
Il passaggio da un’economia di quantità a un’economia di valore non è solo un tema legato alla tipologia di politiche pubbliche poste in essere. È un problema di cultura del lavoro, sedimentato nella storia stessa del territorio. La Tuscia ha costruito la propria identità produttiva, il suo vero e proprio genius loci, su un rapporto con la terra filtrato da forme di godimento collettivo, come gli usi civici e le università agrarie, pensate per garantire sussistenza diffusa, non per accumulazione di capitale né innovazione. È una cultura che ha meriti storici indiscutibili, ma che continua a orientare, anche inconsapevolmente, le scelte di vita e di lavoro delle nuove generazioni verso un orizzonte artigianale e fondiario anziché verso uno ad alta intensità di conoscenza.
Eppure la Tuscia ospita un’università pubblica, l’Università degli Studi della Tuscia, con competenze consolidate proprio in settori quali scienze agrarie, scienze ambientali, economia e giurisprudenza, che potrebbero fare da cerniera tra ricerca e tessuto produttivo locale. Oggi quella cerniera funziona solo in parte. Gran parte dei laureati non trova, o non cerca, sbocchi professionali nel territorio che li ha formati. Ricostruire un legame stabile tra università e impresa, tramite tirocini qualificati, trasferimento tecnologico, spin-off e formazione professionale continua, costituisce un progetto culturale prima ancora che economico, e dovrebbe essere trattato come tale nel dibattito pubblico locale.
Non abbiamo semplicemente bisogno di più imprese. Abbiamo bisogno di imprese che producano più valore. È un problema sociale, prima ancora che economico, ed è una questione di cultura, prima che di politiche pubbliche.
Detto questo, il problema ha anche una dimensione strettamente economica e conviene misurarla.
L’aritmetica del valore per impresa
Se invece di contare le imprese si divide il valore aggiunto provinciale per il numero di unità che lo generano, il quadro cambia di segno. L’agricoltura pesa per circa un’impresa su tre e per una quota di ricchezza sensibilmente inferiore: il valore prodotto da ciascuna unità è, in media, strutturalmente basso. All’estremo opposto, servizi alle imprese, attività professionali, finanza e ICT, che raggruppano poco più di tremila realtà in tutto, ovvero meno del dieci per cento del totale, generano un valore per impresa di ordine multiplo.
Non è una graduatoria di merito tra settori, ed è bene dirlo prima che il confronto venga letto come un giudizio. È una misura però di quanta ricchezza ciascun comparto riesce a produrre a parità di risorse impiegate, e quindi di quanta ne resti disponibile per remunerare il lavoro, ripagare il debito e finanziare nuovi investimenti. Il numero delle imprese, da questo punto di vista, dice quasi nulla quindi; il valore aggiunto per addetto e per unità di capitale investito dice invece quasi tutto.
Il problema dimensionale
La prima ragione di quel divario è la dimensione. Il tessuto viterbese è composto in larghissima parte da micro-imprese, spesso senza dipendenti, quasi sempre sotto la soglia oltre la quale i costi fissi dello sviluppo, dati da certificazioni, ricerca applicata, digitalizzazione dei processi, presidio commerciale sui mercati esteri e adempimenti per operare l’attività in conformità alla legge, diventano ammortizzabili. Sotto quella soglia l’imprenditore è contemporaneamente titolare, tecnico, commerciale e amministrativo. In quest’ultimo caso, la produttività non è bassa per scarsa capacità, ma per struttura.
La dimensione, in altri termini, non è una vanità statistica. È la condizione pratica per accedere a mercati più larghi, a personale qualificato e a capitale a costo ragionevole. Un territorio fatto di trentaseimila imprese piccolissime non è un territorio più imprenditoriale di uno fatto di diecimila imprese strutturate: è un territorio in cui lo stesso reddito viene diviso in più parti.
Il capitale che manca
La seconda ragione è finanziaria. La ditta individuale non separa il patrimonio dell’impresa da quello della famiglia e questo determina il modo stesso in cui il credito viene erogato. Il sistema bancario segue la garanzia reale, come terra, capannone o abitazione, più che il progetto e i flussi di cassa attesi. È un modello che protegge il finanziatore e conserva l’impresa, ma non la fa crescere, perché finanzia il circolante e non lo sviluppo.
Manca poi, quasi del tutto, lo strato intermedio della finanza d’impresa. Sono assenti infatti il capitale di rischio di minoranza, gli accordi di investimento o club deal tra imprenditori del territorio, le forme di indebitamento privato o private debt, i mini-bond, gli strumenti di finanza alternativa e i percorsi di apertura del capitale. In assenza di apporto di capitale sociale da esterni, la crescita può essere soltanto autofinanziata, e quindi giocoforza si presenta lenta, prociclica e vulnerabile al primo shock di margine o di tassi. Reinvestire gli utili è virtuoso, ma non è mai stato sufficiente a produrre un salto di scala.
Domanda locale e domanda esterna
C’è poi una terza asimmetria, la meno discussa. Commercio, costruzioni, ristorazione e buona parte dei servizi alla persona, che rappresentano congiuntamente oltre la metà delle imprese censite, vivono di domanda interna al territorio. Rappresentano quindi attività non esportabili. Il loro fatturato è, in ultima analisi, una funzione del reddito e della popolazione residente. In un contesto di spopolamento e invecchiamento, questo significa che la componente maggioritaria del tessuto imprenditoriale è agganciata a una base di domanda in contrazione strutturale.
Per un’economia locale per contro la crescita arriva quasi sempre da fuori: da quello che il territorio riesce a vendere altrove, come l’agroalimentare trasformato e a marchio, la manifattura specializzata o i servizi professionali e digitali erogati a distanza, e da quello che riesce ad attrarre, tra cui il turismo, la residenzialità qualificata e gli investimenti esterni. È la differenza tra un’economia che redistribuisce internamente sempre lo stesso reddito e un’economia che ne importa di nuovo.
Rendita e produttività
Va infine considerato dove è depositata la ricchezza esistente. In Tuscia essa è in larga misura patrimoniale, concentrata soprattutto su terra e immobili. Si tratta di un patrimonio reale e rilevante, ma poco mobilizzabile e a basso rendimento corrente, che tende a orientare i comportamenti verso la conservazione del valore più che verso la sua produzione. La rendita è razionale per il singolo e costosa per il sistema, perché assorbe risparmio che non finanzia impresa. E si sa, un territorio ricco di patrimonio può restare povero di capitale.
Che cosa significa, in concreto, produrre più valore
Tradotto in termini economici, l’obiettivo non dovrebbe essere quindi cambiare vocazione, ma spostare il baricentro dell’economia e degli investimenti lungo tre direttrici non alternative tra loro.
La prima direttrice è la ricomposizione. Se è senz’altro utile non abbandonare l’agricoltura, occorrerebbe invece spostare l’attenzione a valle, verso la trasformazione, il marchio, la certificazione e i canali di vendita diretti, vale a dire dove si concentra il margine economico.
La seconda direttrice è l’aggregazione. Le reti d’impresa, i consorzi, i contratti di filiera e le operazioni societarie di integrazione permettono di raggiungere la scala minima efficiente senza chiedere al singolo imprenditore di rinunciare all’azienda che ha costruito.
La terza direttrice è l’intensità di conoscenza. Il capitale umano qualificato, la digitalizzazione dei processi, la ricerca applicata e un rapporto stabile con l’università e con i centri di trasferimento tecnologico rappresentano un valore ineludibile in questo percorso di crescita.
Sono direttrici verificabili e questo è il punto decisivo. Se ne può misurare l’avanzamento servendosi di pochi indicatori essenziali, quali il valore aggiunto per addetto, il peso delle società di capitali sulle nuove iscrizioni al registro imprese, la propensione all’export provinciale, il rapporto tra credito destinato agli investimenti e credito destinato al circolante, la quota di occupati laureati e il saldo demografico della fascia d’età compresa tra venticinque e trentanove anni. Si tratta di numeri disponibili, aggiornabili con cadenza annuale e non interpretabili a piacere.
Un territorio non diventa più ricco perché apre più partite IVA. Diventa più ricco quando ciascuna unità produttiva genera più valore, quando quel valore viene reinvestito invece che consumato, e quando una parte della domanda che lo sostiene arriva da fuori. La Tuscia ha straordinarie materie prime per farlo, tra cui terra, cultura, università, posizione geografica e patrimonio. Le manca, ad oggi, l’infrastruttura economica e finanziaria che trasformi quella dotazione in valore aggiunto misurabile. Ripensare le fondamenta nei termini qui brevemente illustrati può rappresentare un punto di svolta per l’intera economia locale.

















