










INSIDE – Camminare per Tuscania significa inciampare continuamente nel tempo. In questa terra, la storia non è custodita nei libri, ma è scritta nel nenfro, quella pietra vulcanica, scura e tenace, che qui ha dato forma ai sogni di tre mondi diversi. Con la mia macchina fotografica, ho cercato di seguire il filo invisibile che lega il silenzio degli Etruschi alla maestosità del Medioevo, passando per la ferita profonda che
ancora segna l’anima di questa città.
Il mio racconto inizia nel sottosuolo, dove risiede l’Enigma. Nelle necropoli della Madonna dell’Olivo e di Sasso Pinzuto, ho cercato il volto di chi è venuto prima di noi. Ho fotografato i sarcofagi non come oggetti immobili, ma come presenze vive: uomini e donne distesi a banchetto da tremila anni, i cui occhi di terracotta sembrano osservare, ancora oggi, il mutare delle stagioni sopra di loro.
Poi, sono risalito verso la luce, verso l’Ascesa del Medioevo. Mi sono fermato davanti alla collina di San Pietro, dove il romanico si fa preghiera architettonica. Lì, tra i pavimenti cosmateschi della Basilica e i rosoni di Santa Maria Maggiore, ho catturato il contrasto tra la forza della pietra e la delicatezza del ricamo scultoreo. È una bellezza che toglie il fiato, solitaria e fiera, sospesa nel panorama circostante. Ma questa bellezza ha rischiato di svanire in pochi secondi. Il 6 febbraio 1971, la polvere ha coperto ogni cosa. Il terremoto non è stato solo un evento sismico, ma uno spartiacque tra il “prima” e il “dopo”.
Ho cercato i segni di quella ferita nei vicoli del centro: un muro rinforzato, un vuoto dove prima c’era una casa, la cicatrice di un restauro. È qui che la mia storia si chiude: non nel dolore, ma nella resilienza. Fotografare Tuscania oggi significa onorare questa forza. È guardare una facciata millenaria che sta ancora in piedi e capire che, nonostante la polvere e il tempo, la pietra della Tuscia ha sempre l’ultima parola.
© MaurizioDiGiovancarloTusciaFotografia






























