Trilussa, il poeta che scelse di farsi grottano per amore
Foto poeta Trilussa
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La donna era giovane, un'attrice, figlia di una contadina del posto. Quando lei decise di fare ritorno alle radici, a Grotte Santo Stefano, il poeta non ebbe dubbi. La seguì.

IL DOMENICALE / STORIE – Ci sono storie che restano impigliate tra le pieghe della Tuscia, silenziose come polvere su un vecchio libro. Storie che non fanno rumore, ma che basterebbe un soffio per farle tornare a galla. Prendete Carlo Alberto Salustri. Nome che suona strano, quasi estraneo. Ma provate a dire Trilussa. Tutto cambia. Il peso specifico di quelle sillabe scuote l’aria, evoca lo sguardo cinico, la rima affilata, l’anima di una Roma che non c’è più, l’erede diretto di quel Gioacchino Belli con cui scelse, quasi per una beffa del destino, di condividere persino il giorno del congedo dal mondo.

Ma cosa c’entra Trilussa con Grotte Santo Stefano? Qui la cronaca si fa sentimento. Perché il grande poeta, quello che sapeva leggere il mondo con una lente d’ingrandimento spietata, si fece prigioniero. Non di una gabbia dorata, ma di un amore. Un amore che stregò il suo sguardo acuto e lo trascinò lontano dai vicoli trasteverini, fin dentro la provincia viterbese.

La donna era giovane, un’attrice, figlia di una contadina del posto. Quando lei decise di fare ritorno alle radici, a Grotte Santo Stefano, il poeta non ebbe dubbi. La seguì. Si spogliò dei panni del cantore romano per indossare quelli dell’innamorato sconsolato. Ma il cuore, si sa, ha le sue ragioni che la logica non conosce. Quell’amore, nonostante l’insistenza, non sbocciò mai come lui sperava. E così, con la malinconia che si porta dietro chi ha amato invano, Trilussa fece fagotto e tornò nella sua Capitale.

Una parentesi, quella grottana, che il tempo ha colpevolmente sbiadito. Eppure, scorrendo le pagine della vita di questo gigante del Novecento, il legame con la nostra terra resta un frammento affascinante.

La sua vita fu un susseguirsi di gloria e battute taglienti. Nel 1922 la Mondadori dava alle stampe la sua opera omnia, mentre lui entrava in Arcadia con lo pseudonimo di Tibrindo Plateo, lo stesso che fu del Belli. Fu padrino di battesimo di un mito come Sandro Ciotti, il radiocronista che avrebbe dato voce alle domeniche degli italiani.

Poi arrivò la fine, in quell’inverno del 1950. Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica, lo nominò senatore a vita il primo dicembre. Trilussa, malato e con la lucidità che gli restava, non perse l’occasione per l’ultima stoccata. “M’hanno nominato senatore a morte”, commentò ironico. E pazienza se, a 79 anni, continuava a dichiararne 73 con la civetteria di chi non voleva arrendersi al tempo.

Oggi, a Roma, una statua lo osserva da piazza Trilussa, a un passo da Ponte Sisto. È lì che i romani lo celebrano. A Grotte Santo Stefano, invece, quel pezzo di storia dorme ancora. Quasi nessuno sa che per un po’, in quel borgo di Tuscia, il poeta più cinico e amato di Roma fu, a tutti gli effetti, uno di loro. Un grottano innamorato, sconfitto dall’amore ma testimone di una storia che meriterebbe di essere raccontata meglio.

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