
Tempo prima, la donna era stata vittima di una violenta aggressione che l’aveva ridotta in fin di vita. Da allora soffriva di disturbi psichici, tanto che era costantemente seguita da uno specialista di Roma, città in cui risiedeva da quando era arrivata in Italia da San Paolo del Brasile. Ed è molto probabile che in quella sofferenza che la consumava si celano le ragioni del suo suicidio.
Ancora poco chiara la dinamica dei fatti, sulla quale scavano gli investigatori. Tutto quello che si sa è la donna è arrivata nell’ospedale viterbese, ha preso un Campari al bar e poi è salita sulla scala antincendio per togliersi la vita. Un volo di almeno dieci metri, forse di più. Non è ancora chiaro, infatti, a che piano dell’ospedale la donna ha scavalcato il parapetto della scala antincendio e si sia lanciata nel vuoto. Nessuno dei testimoni ascoltati l’ha vista prima di che si schiantasse sull’asfalto vicino all’ingresso del nosocomio. Gli investigatori credono che il salto sia stato effettuato da terzo o quarto piano, basandosi sulle condizioni del corpo.
Altro punto oscuro della vicenda è il perché la donna, che avrebbe compiuto 52 anni tra un mese, abbia scelto proprio Belcolle come luogo del suo suicidio. Se inizialmente si pensava che fosse qui per sottoporsi a una visita psicologica, il dubbio è stato risolto guardando i registri degli appuntamenti. Sveva, infatti, non aveva prenotato alcuna visita a Belcolle, né qualche suo famigliare era ricoverato nel nosocomio viterbese. L’unica traccia sarebbe quella della madre, che anni fa è morta propria nella struttura viterbese.


















