

VITERBO – Cari lettori, confesso che la parola “festival” mi ha sempre messo addosso un certo timore reverenziale, misto a orticaria. Di solito evoca palchi montati alla rinfusa, politici in cerca di scatti fotografici, assessori trionfanti e un immenso spreco di pubbliche finanze per allietare le orecchie di platee distratte. Ma ogni tanto, persino nell’Italia dei campanili e dei bilanci disastrati, capita di imbattersi in un’eccezione che merita d’essere raccontata senza il cinismo di prammatica.
Siamo a Viterbo. Più precisamente a Pratogiardino, un parco comunale che per cinque giorni – dal 2 al 6 settembre – si trasforma in un palcoscenico degno di ben ben altre piazze. C’è il Viterbo Big Festival. Roba seria, o perlomeno organizzata con quel pizzico di pragmatismo mercantile che noi italiani dovremmo imparare a praticare più spesso.
I protagonisti della kermesse? Prendetevi nota: Alex Britti e il rapper Ernia. Il primo, un artigiano della chitarra che non ha bisogno di presentazioni; il secondo, un idolo delle nuove generazioni che richiamerà folle oceaniche disposte a pagare il biglietto (l’unica eccezione a pagamento della rassegna, il 5 settembre, perché al di là della cultura il pane bisogna pur guadagnarselo). Per il resto, platatico popolare: concerti gratuiti, stand-up comedy per sgranchire i muscoli del sorriso, un villaggio dello sport e persino un’area food dove si presume si mangi meglio che nelle mense ministeriali.
Ma veniamo ai conti, che sono la mia passione. L’intera operazione costa alle casse pubbliche la bellezza – o la modestia, fate voi – di 90mila euro. Badate bene: inizialmente ne erano stati stanziati centomila. Poi è arrivato il forfait medico di Fedez, e zac! Diecimila euro risparmiati in un battibaleno. Un piccolo miracolo di economia domestica applicata alla cosa pubblica che riconcilia temporaneamente il contribuente con il bon ton amministrativo. In cambio, la città porta a casa cinquanta artisti, due palchi, dodici discipline sportive e una vetrina che guarda al futuro senza dimenticare le tradizioni.
Naturalmente, intorno al palco si muove la consueta fauna della politica locale. C’è la sindaca Chiara Frontini, che difende il progetto con la granitica convinzione di chi vede in ogni evento una “strategia” degna di un piano quinquennale sovietico (ma con più spritz e meno collectivismo); ci sono gli assessori e i consiglieri a rivendicare meriti, a invocare investimenti regionali e a ricordare che un tempo, nel 2011, su quel palco sfilava un certo Achille Lauro quando ancora non se lo filava nessuno. I soliti visionari della prima ora, insomma.
A me, piaccia o no la musica rap o i gorgheggi blues di Britti, questa operazione non dispiace. Dimostra che Viterbo non vuole rassegnarsi a essere un museo polveroso buono solo per le cartoline del Touring Club. Tra un corteo di Santa Rosa e una polemica politica, offrire ai giovani – e ai meno giovani – un angolo di normalità musicale e di aggregazione urbana è un esercizio di civiltà. E se tutto questo costa meno di centomila euro, cari amici, diciamo pure che l’Italia, a volte, sa ancora far quadrare i conti. O almeno ci prova.

















