

Turbolenze dentro e intorno Talete anche a seguito delle dichiarazioni dell’onorevole Beppe Fioroni durante l’incontro con Debora Serracchiani alle Salus.
Le parole dell’ex ministro hanno avuto lo stesso suono della mannaia sulla testa della società. Il destino dell’azienda che gestisce il servizio idrico nella Tuscia è tutto nelle mani dei soci, ovvero i sindaci. Parliamo di un business che vale 28 milioni di euro di bollettazione all’anno. Non proprio bruscolini e che gestisce un patrimonio pubblico importante, fatto della rete idrica esistente e dell’acqua stessa.
Venti di privatizzazione pura soffiano però sull’acqua del Viterbese. Una privatizzazione che impedirebbe ai comuni di dividersi gli utili di una sana e corretta gestione di Talete. Utili che fino a oggi non ci sono stati, ma che sicuramente riuscirebbero ad avere eventuali privati che potrebbero subentrare.
La storia di Talete racconta la profonda incapacità della classe dirigente e politica della Tuscia. E non si può annacquare il problema ripetendo il solito mantra che è così in tutta Italia. In primis perché non è vero e anche perché qualora lo fosse non sarebbe una scusa ragionevole.
La chiusura di Talete sarebbe il fallimento dei sindaci della Tuscia. E la domanda che segue è: si può continuare ad affidare i nostri comuni a chi fallisce? A chi non riesce? A chi non sa governare in maniera efficiente quello che amministra?
Intanto Talete non ha più un cda, dopo le dimissioni dalla presidenza di Stefano Bonori e del consigliere Cinzia Marzoli. Il presidente dell’Ato Mauro Mazzola ha promesso tempi brevi per la nomina di un nuovo vertice, fissando la data dell’assemblea chiamata alla scelta al 5 ottobre.
A fine mese la Regione Lazio deciderà anche sull’organizzazione degli Ato. Quello unico spianerebbe la strada ad Acea.

















