

IL DOMENICALE – La diminuzione della popolazione scolastica viene presentata come un fenomeno demografico inevitabile al quale rispondere accorpando istituti, riducendo autonomie e concentrando servizi; ma dietro l’apparente neutralità dei numeri si nasconde una scelta politica: considerare la scuola un costo proporzionale al numero degli alunni anziché un’infrastruttura indispensabile alla sopravvivenza delle comunità. In una provincia formata da molti piccoli comuni, chiudere o indebolire un presidio scolastico significa rendere quel territorio meno abitabile per le giovani famiglie, accelerando proprio lo spopolamento utilizzato successivamente per giustificare un nuovo taglio.
Anche per il 2026-2027 la rete scolastica viterbese è stata interessata dal dimensionamento regionale, con cambiamenti amministrativi che non possono essere valutati soltanto attraverso codici, soglie e numero degli iscritti. Quando un dirigente deve governare più sedi lontane, le segreterie devono gestire comunità diverse e docenti e personale si spostano tra vari plessi, la razionalizzazione sulla carta può produrre disorganizzazione nella vita quotidiana, indebolendo il rapporto con le famiglie e riducendo la capacità di intervenire rapidamente davanti ai problemi.
Lo stesso vale per i trasporti, perché nella Tuscia la libertà di scegliere un indirizzo di studio dipende spesso dall’esistenza di una corsa e dalla coincidenza tra l’orario dell’autobus e quello della scuola. Se un ragazzo deve alzarsi all’alba, attendere a lungo al termine delle lezioni e rientrare nel pomeriggio inoltrato, partecipa formalmente allo stesso sistema dei suoi coetanei, ma sopporta una fatica molto maggiore; mentre la famiglia, quando può, sostituisce il servizio pubblico usando l’automobile. Quando non può farlo, la geografia seleziona al posto della scuola e il codice postale restringe le possibilità di scelta.
A tenere insieme questa struttura sono insegnanti, dirigenti, collaboratori e personale amministrativo, ai quali viene chiesto di compensare precarietà, carenze e frammentazione, caricandoli contemporaneamente di piattaforme, progetti, rendicontazioni e procedure. La scuola continua a funzionare perché migliaia di lavoratori fanno più di quanto l’organizzazione consentirebbe, acquistano talvolta materiali, dedicano tempo aggiuntivo agli studenti e risolvono personalmente problemi che dovrebbero ricevere una risposta istituzionale, ma la dedizione non può diventare un capitolo occulto del bilancio pubblico.
Nel 2024 l’Italia ha investito nell’istruzione il 4 per cento del prodotto interno lordo contro il 4,8 della media europea, una distanza che riappare nelle manutenzioni rinviate, nei laboratori, nelle palestre, nel tempo pieno, nella continuità del sostegno e nella scarsità di servizi psicologici ed educativi. Il calo degli iscritti dovrebbe essere utilizzato per ridurre il numero degli alunni per classe, recuperare le difficoltà, rafforzare le aree interne e sostenere chi proviene da famiglie culturalmente più fragili, non per produrre un risparmio immediato che il territorio pagherà successivamente attraverso abbandono, impoverimento e ulteriore spopolamento.
In un’Italia sempre più calda, la temperatura delle aule rivela l’abbandono degli edifici scolastici, in larghissima parte privi di climatizzazione. Le scuole non possono risolvere autonomamente il problema, perché gli impianti dipendono dalle competenze e dai bilanci di Comuni e Province, mentre molti edifici non dispongono neppure della potenza elettrica necessaria. I venti milioni annunciati dal Governo nel 2026, pari a circa cinquecento euro per plesso, non finanziano un adeguamento strutturale, ma certificano l’insufficienza della risposta.
La Tuscia ha bisogno di un piano provinciale della scuola costruito da Provincia, Comuni, istituti, Regione, aziende di trasporto, famiglie e studenti, nel quale siano indicati prima dell’inizio delle lezioni gli organici, gli orari, i collegamenti, le condizioni degli edifici, l’accessibilità, i servizi per la disabilità e le attività di recupero. Le responsabilità devono essere riconoscibili e i risultati verificabili, perché l’attuale frammentazione consente a ogni amministrazione di spiegare che il problema dipende da un’altra, lasciando genitori e dirigenti a inseguire competenze distribuite tra uffici che raramente programmano insieme.
Non si tratta di conservare qualsiasi plesso indipendentemente dalla qualità, dalla sicurezza e dal numero degli studenti, ma di conteggiare anche il costo sociale di una chiusura, le ore di viaggio imposte ai ragazzi, il lavoro trasferito sulle famiglie, le conseguenze per gli alunni con disabilità e la perdita di attrattività del comune. Ogni decisione dovrebbe indicare quale servizio alternativo verrà garantito, con quali risorse, quali tempi di percorrenza e quale verifica successiva, impedendo che la parola razionalizzazione nasconda semplicemente una riduzione dell’offerta.
Amministrare la scuola limitandosi ad accompagnarne il ridimensionamento significa amministrare il declino della provincia; mentre investire nell’istruzione, nei trasporti e nella cultura vuol dire decidere che la Tuscia non debba diventare una terra di anziani, case vuote e ragazzi costretti ad andare altrove per costruire il proprio futuro. Il risparmio ottenuto oggi chiudendo, accorpando o rinviando tornerà domani moltiplicato sotto forma di povertà, dipendenza e abbandono del territorio, ma allora nessuno dei responsabili sarà più disposto a riconoscerne l’origine.

















