

STORIE — C’è chi la attraversa oggi con la fretta dei nostri tempi, e chi invece, quasi un secolo fa, ha scelto di camminare tra le sue pietre vulcaniche e le sue forre con il passo lento del cercatore di verità. Era la primavera del 1927 quando un uomo magro, con la barba e lo sguardo febbrile, sbarcava nella nostra terra per rintracciare l’anima perduta di un popolo antico. Quel viaggiatore era David Herbert Lawrence, un nome che avrebbe fatto il giro del pianeta grazie a capolavori immortali della letteratura mondiale come L’amante di Lady Chatterley o Figli e amanti, romanzi capaci di scandagliare le passioni più profonde e scomode dell’animo umano e di sfidare il perbenismo della rigida borghesia britannica.
Ma prima e dopo le polemiche mondiali, prima di diventare il romanziere controverso che tutti conoscono, Lawrence trovò il suo paradiso terrena proprio qui, nella Tuscia. Insieme alla moglie Frieda e all’amico pittore Earl Brewster, lo scrittore inglese decise di voltare le spalle all’Inghilterra industrializzata e soffocante per mettersi sulle tracce degli Etruschi. Da quel viaggio memorabile nacque un libro di straordinaria bellezza, Luoghi etruschi.
Non cercava polverosi reperti da museo, Lawrence. Cercava un contatto vitale, un respiro che l’Europa moderna aveva smarrito. Lo trovò a Tarquinia, restando abbagliato dai colori e dalla gioia di vivere che ancora oggi esplodono dai muri delle tombe dipinte, come nella celebre Tomba dei Leopardi. Lo cercò e lo immortalò tra le necropoli di Cerveteri, tra i boschi di tufo di Blera e Norchia, e lungo le sponde del lago di Bolsena.
Negli Etruschi, lo scrittore vide l’antitesi perfetta del mondo industrializzato: un popolo fiero, profondamente legato alla terra, al cosmo, alla gioia dei sensi, capace di guardare alla morte non come a una condanna cupa ma come a una prosecuzione della festa terrena.
A quasi cent’anni da quel viaggio del 1927, rileggere le pagine di Lawrence significa fare i conti con l’identità più intima della nostra provincia. La sua penna ha saputo cogliere l’essenza di un paesaggio che ancora oggi, tra rupi tufacee e silenzi millenari, custodisce quel mistero antico. Una lezione di sguardo e di amore per il territorio che la cronaca e il racconto di oggi dovrebbero riscoprire più spesso.

















