

IL DOMENICALE – Continua oggi un percorso nella memoria della Tuscia. Lo faremo attraverso racconti liberamente ispirati alle fonti storiche, per riscoprire com erano queste terre, come vivevano le loro comunità, quali paure, speranze e fatiche le attraversavano. Perché conoscere le proprie radici non significano soltanto guardare al passato: significa comprendere meglio il presente e, forse, trovare qualche indicazione per costruire il futuro.
Anche il lavoro comincia a ribellarsi
Prima dei bombardamenti, dell occupazione tedesca e della Resistenza, il consenso al fascismo cominciò a sgretolarsi davanti alla fame, ai salari non pagati, alle tessere annonarie, ai figli dispersi e alla distanza sempre più evidente tra la propaganda del regime e la vita quotidiana.
Nell aprile del 1943, a Bomarzo, otto donne e due ragazzi, operai agricoli alle dipendenze della società Denuta, decisero di non presentarsi al lavoro per protestare contro il mancato pagamento di alcune spettanze economiche, un episodio apparentemente marginale, quasi invisibile dentro la grande storia della guerra, che tuttavia assume un significato diverso se collocato nel sistema fascista, dove lo sciopero era stato cancellato dall ordinamento corporativo e ogni conflitto tra lavoratori e imprese avrebbe dovuto essere assorbito dentro organismi controllati dallo Stato. Astenersi autonomamente dal lavoro non rappresentava quindi soltanto una protesta salariale, ma una violazione della disciplina politica, la dimostrazione che, nonostante la repressione, il bisogno poteva diventare più forte della paura.
Ancora una volta furono soprattutto le donne a esporsi, quelle stesse donne che il fascismo aveva celebrato come madri prolifiche, mogli obbedienti e custodi della famiglia, ma che proprio dalla responsabilità verso i figli trovavano la forza di ribellarsi, mostrando tutta la contraddizione di un regime che esaltava la maternità come funzione nazionale e poi denunciava le madri quando chiedevano il denaro necessario per comprare il pane. La protesta di Bomarzo non fu una rivolta organizzata contro il fascismo, ma qualcosa di forse ancora più insidioso per il regime, il segnale che la vita reale non riusciva più a entrare dentro le parole della propaganda.
In quei mesi la fame stava cambiando anche il rapporto tra Roma e la Tuscia, mentre la ferrovia Roma-Civita Castellana-Viterbo diventava una vera arteria della sopravvivenza, capace di trasportare non soltanto persone, ma notizie, voci, merci e soprattutto cibo. La Capitale, simbolo del regime e centro politico dell Impero proclamato pochi anni prima, dipendeva sempre di più dalle campagne circostanti, dove si potevano ancora trovare olio, farine, uova, legumi, verdure e animali, così donne e uomini partivano da Roma, raggiungevano i paesi, compravano ciò che riuscivano a trovare, riempivano sacchi, nascondevano prodotti per sfuggire ai controlli e, quando i collegamenti si interrompevano, percorrevano persino a piedi tratti della linea ferroviaria.
La grande storia della guerra racconta divisioni militari, generali e fronti, quella quotidiana è fatta anche di persone che affrontavano decine di chilometri per trovare qualche chilo di patate, mentre tra la Capitale e i paesi della Tuscia nasceva un gigantesco sistema informale di scambi, famiglie romane e contadine costruivano relazioni, barattavano vestiti, oggetti, servizi e denaro con generi alimentari, affidandosi a parentele, amicizie, parrocchie e conoscenze personali. Mentre lo Stato perdeva progressivamente la capacità di organizzare la vita materiale, la società costruiva da sola le proprie reti di sopravvivenza, dimostrando che il regime, pur continuando formalmente a comandare, non era più in grado di garantire ciò che prometteva.
Dietro la ricerca del cibo restava poi un dolore ancora più profondo, quello delle famiglie che aspettavano i figli partiti per il fronte, legate a loro da lettere lette e rilette, conservate e fatte passare di mano in mano, fino al momento in cui la posta smetteva improvvisamente di arrivare e cominciava l angoscia, ferito, prigioniero, disperso, morto. La parola disperso diventò per migliaia di famiglie una condanna forse persino più crudele della certezza della morte, perché significava continuare ad aspettare senza sapere, così la guerra, apparentemente lontana dalla Tuscia, era già entrata in ogni casa che attendeva qualcuno.
La fame, le privazioni e l incertezza finirono inevitabilmente per consumare quello che le autorità chiamavano spirito pubblico, un espressione burocratica dietro la quale si nascondeva una domanda molto semplice, la popolazione credeva ancora nel regime? Sempre meno, perché le sconfitte diventavano impossibili da nascondere, i morti aumentavano, le condizioni di vita peggioravano e la distanza tra propaganda e realtà si faceva ogni giorno più evidente. Il fascismo reagiva aumentando perquisizioni, sorveglianza e repressione, ma il problema non erano ormai soltanto i sovversivi organizzati, era una parte crescente della popolazione che non credeva più alla narrazione ufficiale.
A Tarquinia, la sera del 7 luglio, Bruno Kraterich, un fante del campo di addestramento dei paracadutisti, insieme ad altri militari definiti dalle autorità avvinazzati, intonò alcune strofe di Bandiera Rossa, il canto cessò dopo l intervento di un caporal maggiore, ma nel sistema fascista anche una canzone poteva diventare un segnale politico, soprattutto se cantata da uomini in divisa. Nella stessa città comparvero scritte inneggianti a Matteotti accanto a invocazioni religiose, Con Cristo vinceremo, Viva Dio, A Dio la gloria, socialismo e cristianesimo si ritrovavano così sullo stesso muro contro un potere che perdeva legittimità, anticipando quell incontro tra comunisti, socialisti, cattolici, liberali, azionisti, militari e persone senza precedenti appartenenze dal quale sarebbe nata la futura democrazia italiana.
Dopo l 8 settembre la Tuscia avrebbe conosciuto l occupazione tedesca, i bombardamenti, i rastrellamenti, gli sfollamenti, la Resistenza e le rappresaglie, ma il crollo del consenso era cominciato prima, quando il fascismo parlava di grandezza nazionale e le famiglie cercavano farina, celebrava l Impero mentre le donne aspettavano davanti ai forni, prometteva vittoria mentre le madri attendevano figli che non tornavano.
Prima delle bombe venne il pane, e forse la fine del regime cominciò proprio nello sguardo di una donna davanti a un forno, con la tessera annonaria in mano, i bambini a casa e un pezzo di pane troppo piccolo, mentre qualcuno continuava a spiegarle che la Patria stava diventando più grande e lei, confrontando quelle parole con la propria vita, cominciava finalmente a capire che qualcosa non tornava.
Racconto liberamente tratto da Storie dimenticate. Antifascismo, guerra e lotta partigiana nella provincia di Viterbo, di Giorgio e Lucrezia Fanti, Edizioni Progetto Memoria.


















