
di Francesco Mattioli
VITERBO – Caro Giulio,
troppo facile concordare con te sulle tue riflessioni a proposito di problemi e story telling per resuscitare Viterbo. Ma alcune cose vanno considerate, e con una punta di cinismo.
Primo: una volta si diceva che i centri storici vanno recuperati e non ridotti a Disneyland. Era vero. Oggi no. Perché i centri storici non rispondono più ai requisiti moderni di residenzialità (dalla gestione energetica delle abitazioni all’accessibilità, al traffico automobilistico). E neppure all’idea di commercio, per ragioni analoghe; anzi, se continua ad espandersi il commercio on line tra qualche anno i problemi potrebbero averli anche i centri commerciali, almeno quelli a cielo aperto (tra parentesi: visti gli investimenti in coperture del parcheggio davanti all’Iperconad?).
Così resistono due possibilità. Una, la massima valorizzazione turistico-culturale del centro storico di qualità (e potrebbe essere più esteso dell’attuale, se certi monumenti saranno più curati, penso a S. Faustino, ma anche a tutto il tracciato tra Porta Romana, Piazza del Plebiscito e Porta Fiorentina), purché lo story telling e le metodologie di accoglienza (locali, ricettività, commercio mirato, spettacolo, ecc.) siano espresse ai massimi livelli proprio come in una Disneyland (ma con i castelli di Cenerentola veri… per questo abbiamo Rosa, Galiana, Anna dai capelli rossi e verdi, Vittoria Colonna, ecc., ecc.). L’altra possibilità sta in una residenzialità semplice, di margine ma non marginale, purché non ghettizzata (perché il ghetto fa emarginazione, emarginazione fa conflitto, conflitto fa ghetto, e via girando in tondo).
Secondo: ricordate la battuta di Humphrey Bogart nel film L’ultima minaccia? “E’ la stampa, bellezza, e non puoi farci niente…niente ”? E che dire della riflessione di Karl Mannheim: se sei contro il potere sei sempre rivoluzionario e pratichi l’utopia riformatrice, quando vai al potere sei sempre conservatore e pratichi l’ideologia giustificativa. Tutto ciò per dire che la politica è questa e c’è poco da fare; e che è talmente realista da non riuscire ad essere oggettiva: sembra un controsenso, vero? Ma significa che il politico criticherà sempre ciò che non fa lui e giustificherà sempre ciò che egli ha fatto (o più spesso non fatto). Non solo. Non aspettiamoci miracoli da chi per secoli ha avuto un’altra mentalità.
Diceva Sestilio, un campagnolo di mia conoscenza, che se il contadino toscano vede un estraneo al bordo del campo corre a vendergli la verdura, mentre il contadino viterbese gli si avvicina con il forcone. Ecco perché il mondo conosce e visita la Toscana e ignora la Tuscia. L’esempio dei quattro ristoranti di Alessandro Borghese è chiaro: a Viterbo non si fa sistema, siamo tutti impegnati a farci le scarpe, soprattutto davanti agli estranei, per raggranellare quel poco di attenzione che ci possono riservare.
Ma alla fine restano i fili e i filacci sulle facciate delle case, i balconi senza fiori e gli infissi pericolanti sul percorso del turismo, le masserizie abbandonate, le urine umane e i barattoli di coca cola tra le vie storiche, il dilettantismo autoreferenziale di certe iniziative strapaesane spacciate per cultura e folclore, l’incuria generalizzata, la mancanza di una visione comune che sappia andare “oltre”.
Così il viterbese, compreso il politico viterbese, sarà spesso impegnato in battaglie di retroguardia che gli faranno terminare la tappa quando gli altri hanno già abbondantemente consumato la successiva. Un ultimo esempio, collegabile sempre allo storytelling. Alcuni anni fa (era intorno al 2015, non ai tempi di Checco e Nina…), per la sua tesi di laurea commissionai ad uno studente un lavoro di sociologia del turismo, nel quale fra l’altro si chiedeva ad un campione di viaggiatori di indicare le città murate italiane che conoscevano. Lo suggerii apposta allo studente, perché volevo valutare quanto Viterbo fosse presente nei circuiti turistici medievali. Gli intervistati citarono abbondantemente Lucca, Palmanova, Monteriggioni, Perugia, Roma e altri centri maggiori e minori; solo uno, tra circa 250, citò i 5 chilometri di mura del XII-XIV secolo intatte di Viterbo; un abruzzese, bontà sua.
Figurarsi quanto c’è da fare per una candidatura a capitale della cultura (nazionale o europea, poco cambia): c’è da lavorare sulla città, sulle strutture culturali, su un progetto brillante, innovativo ed europeo, ma c’è da lavorare soprattutto sulla mentalità di molti viterbesi che presentano una cultura della comunicazione e del fare inversamente proporzionale alla loro tracotante sensazione di essere tanti bravi. Certo, abbiamo anche menti locali brillantissime e spiriti di grande volontà e disponibilità nel campo della cultura, della imprenditorialità, della progettualità, della comunicazione, su cui contare; che tuttavia spesso sono più impegnati a sgomitare per tenere la testa fuori dall’acqua della mediocrità che ad avere il tempo per progettare e realizzare innovazione, crescita, valorizzazione, mercato, sviluppo. Su questo, le generazioni più giovani qualcosa da dare ce l’hanno senz’altro perché, più di tanti di noi, sono cittadini del mondo e sanno guardare a trecentosessanta gradi.
Un’ultima notazione: no, caro Giulio, i cani non lasciano “regalini” lungo tutte le vie della città. Loro fanno solo il loro dovere fisiologico di sopravvivere. Sono i loro padroni che lasciano a terra quei sacrosanti regalini, a conferma che i viterbesi hanno ben poco a cuore, oltre che la propria città, anche l’educazione e il civismo.

















