

C’è una pagina della storia viterbese di cui non c’è più traccia in città. E’ la storia di Vittoria Colonna, del cardinale Reginald Pole e del circolo degli Spirituali tanto caro anche a Michelangelo. C’è poi un nome che ritorna, ma di cui comunque si sa poco, molto poco: Gambara. E’ scolpito sulla facciata del duomo di san Lorenzo, riecheggia a Villa Lante. Chi fu il cardinale Giovanni Francesco Gambara?
Nella giornata di chiusura del festival Quartieri dell’Arte sono andate in scena due letture molto suggestive, che fanno parte di quel lavoro di riscoperta della storia viterbese che Gian Maria Cervo e la sua squadra sta portando avanti da anni in città. Uno dei due scritti della giovane drammaturga Flaminia Gressi racconta, con grande bellezza ed eleganza, la figura del cardinale inquisitore. Ve lo riproponiamo integralmente.
GIOVANNI FRANCESCO GAMBARA; IL BRACCIO DELL’INQUISIZIONE
Un uomo anziano, magro, glabro, vestito con una pianeta sfarzosa, cammina su una polvere fine, che si solleva sotto i suoi passi. Svolazza qualche frammento, angoli di libri, rimasugli di parole di un rosso color sangue.
Sono Giovanni Francesco Gambara. Pio IV mi ha ordinato cardinale nel 1561. Molti uomini come me al tempo della Controriforma venivano fatti Santi. Io no. Io non sono un santo. Io ho fatto il lavoro sporco. Sono un inquisitore.
Oggi vi vergognate di quello che abbiamo fatto. Ma chi avrebbe difeso i vostri interessi? Forse tu Egidio? Nascosto dietro il tuo muro di libri? Oppure tu Reginald? Con il folle sogno dell’apertura ai protestanti? Forse ora vi vergognereste di meno, ma non ci sarebbe più nulla da difendere: perché non sono stati gli umanisti, gli intellettuali, i filosofi a proteggervi. Sono stato io.
Eravamo persi, spezzati, divisi. La furia di Lutero stava per abbattersi su di noi mentre tu Egidio con gli altri spirituali di Viterbo sognavate di impossibili conciliazioni con chi voleva solo distruggerci. Pazzi illusi! Non avete mai capito che per difendere la Chiesa non bisogna leggere i libri, bisogna bruciarli.
Eravamo smarriti, spaventati, deboli, ma quando Roma nella sua ora più buia ha chiesto chi tra gli uomini giusti le avrebbe offerto il suo aiuto, io ho risposto. Sono io che ho protetto le mura di San Pietro, io ho immerso il dito nel sangue e con questo ho scritto la Storia.
Un compito duro il mio, in pochi capiscono quanto bisogna sacrificare per proteggere. E Per mantenere la mia promessa a Roma ho fatto della mia casa un tribunale. Siamo venuti a prendervi Egidio. Non tu, che hai avuto il buon gusto di morire prima che io nascessi, ma i tuoi amici dell’Ecclesia di Viterbo, uno per uno. Non avrei mai permesso che le vostre parole distruggessero ciò che più amavo.
Siamo venuti per te Reginald, l’ inglese che millantava di amare Roma: hai rinnegato il tuo re protestante e visto morire i tuoi cari per giurare fedeltà al Papa. Ma quando a Trento ti sei rivoltato contro di noi ti ho visto per quello che eri davvero. Noi ci guardavamo negli occhi al Concilio, sapevamo tutto di te, del tuo circolo, delle tue idee, delle tue eresie. Ti abbiamo cacciato come cani con la preda, e anche se hai corso a lungo, alla fine, come tutti, sei caduto nelle nostre mani. Credi sia stato un caso l’ aver perso il seggio di Pietro per un soffio? Solo un voto ti mancò, Carafa si fece strumento per fermarti, perché non eri tu che Dio voleva. Ti abbiamo concesso di mantenere la testa sul collo a patto che non tornassi mai più e hai finito i tuoi giorni tenendo la mano della tua regina moribonda, Maria la sanguinaria, incapace di mondare una terra segnata dal peccato.
Siamo Venuti per te Vittoria, madonna degli eretici, poetessa degli spirituali. Viterbo era ebra della tua bellezza e della tua parola, ma la tua penna, dolce e disperata, scriveva solo per il tuo sposo, morto a Pavia, sotto i colpi dei fucili francesi. Eppure ti piacevano le lusinghe di Michelangelo “quando la tua bocca parla, io nell’ ascoltarla so, che non sarò mai più mio” questa e mille altre rime ti ha dedicato, pensavi così Maddalena di onorare il tuo amore sepolto? L’ arte di Buonarroti rende meno grave la spregevolezza del tradimento? Hai venduto il tuo sposo così come la tua chiesa. Lo ammetto Vittoria, avevi un cuore coraggioso. Avrei visto volentieri il tuo sguardo fiero sul rogo se la morte non ti avesse risparmiata prima. Una morte decisa da Dio questa volta, non come quella che hai cercato di darti in spregio ai sacramenti.
Nei pic-nic che organizzavo a Villa Lante a Bagnaia con i potenti del mio tempo ho pianificato gli equilibri della Curia, tra i giochi d’ acqua del giardino che feci costruire ho deciso chi mandare sul rogo. Dicono che Pietro Carnesecchi fosse a cena con il Duca Cosimo de’ Medici quando lo portarono da me per essere giudicato. Forse pensava di essere al sicuro. Eri colto Pietro, amato da tutti: l’illuminato che credeva nella Chiesa del dialogo. Avevi anche la mia stima. Chi ti ha protetto quando ti ho mandato a chiamare?
Non certo il nome dei Medici né i tuoi abiti eleganti indossati per stupire il popolo e nemmeno quella pioggia che non valse a spegnere il rogo che già bruciava il tuo corpo senza testa. Ma prima venne il giorno della tua abiura e fu un grande spettacolo. Pio V ci aveva chiamati tutti per vederti umiliato. Il grande Pietro che piange, supplica e fa i nomi dei suoi complici. Ma tu restasti in silenzio, così tanto è profonda la radice del male.
Solo un’ offesa vi chiedo di risparmiarmi: non giudicatemi il braccio inconsapevole dei Papi. Non offendete la mia intelligenza. Il loro pensiero era il mio. E voi sapienti, maestri della parola, artisti del sofisma, concedetemi le attenuanti, stavamo per sparire, bastava una crepa a far crollare la cattedrale. Serviva una ristrutturazione, come per la Chiesa di San Lorenzo a Viterbo: distruggere le pure linee romaniche per innalzare una nuova, solenne facciata, e ricordare ai nostri nemici, agli eretici, ai calvinisti, a Lutero quanto costa staccarsi da Noi.
Ora mi condannate, ma chi ha rivendicato i beni ecclesiastici ceduti ai parenti degli investiti? Chi ha avuto la forza di sopprimere i privilegi? Chi ha costruito il primo grande ospedale di Viterbo? Questi e altri pensieri mi vengono in mente mentre gli eretici sfilano uno dopo l’ altro al banco dell’ inquisizione.
Quando li condanno a morte li guardo negli occhi: mi aspetto che implorino pietà e invece cercano sfida. E’ o noi o loro.

















