
IL PUNTO DI VISTA – Caro Direttore, mi chiami a esprimermi da sociologo sul tema del maschilismo, della discriminazione di genere, sulla violenza sottile. Tanti passi sono stati fatti in questi ultimi decenni, in un cammino che pure è iniziato molti anni fa – forse durante la Rivoluzione francese, di certo con il Movimento delle Suffragette – e in Italia con l’accesso al voto delle donne nel dopoguerra. E tuttavia, c’è ancora molto da camminare.
E non è questione di giocare con le parole – se dire sindaco o sindaca, se introdurre il linguaggio astruso della cultura woke tra asterischi e schwa – è questione di maturare una mentalità differente che conduca ad azioni differenti. Nei miei scritti ho ricordato spesso quel mio studente in carrozzella che, discutendo di emarginazione e inclusione sociale, sosteneva: “Chiamatemi infelice, handicappato o disabile, ma fatemi circolare per la città come tutti gli altri cittadini, abbattendo ostacoli e barriere architettoniche ”. Così ribadisco l’idea che non è la forma, non è attaccandosi ad una “o” ad una “a” che il problema si risolve, considerando ciò che avviene ogni giorno nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, per la strada, ma anche sui social.
E’ anche possibile che le leggi, le prescrizioni, le procedure della nostra società si stiano formalmente adeguando nel ristabilire una vera parità di genere; ma in una partita di rugby tra giganti e nani non puoi semplicemente far rispettare delle regole comuni, perché vinceranno sempre i giganti.
Occorre cambiare – prima ancora che le procedure – le mentalità, il gigantismo di genere di cui è tuttora intrisa la nostra società. Non si capisce altrimenti il successo che certi personaggi politici retrivi e maschilisti trovano presso tante donne, anche apparentemente moderne ed emancipate; senza fare nomi, non ce ne è bisogno, basta vedere cosa accade al di là dell’oceano o a casa nostra, e chi vuole capire capisca…
Sono almeno centomila anni che l’uomo soverchia la donna; e lo fa ancora oggi perfino con il conforto della religione, di ogni religione, che non è fede, è sovrastruttura storica e socio-antropologica della fede. Così, a sentire sia la psicanalisi per un verso, sia le neuroscienze per un altro, è possibile che questa manifestazione di potere sociale abbia attecchito nei meccanismi mentali inconsci, e persino genetici, degli individui, di tutti gli individui.
Così, per cambiare, non bastano le leggi di inclusione, parità e giustizia sociale; è necessario lavorare sull’educazione sociale e mentale delle giovani generazioni ogni giorno e fin dall’inizio. Una educazione che non è una resa del maschio, come teme qualche suprematista, ma non è neppure rivalsa, come pretende qualche antagonista in servizio permanente effettivo: una educazione che è piuttosto riconciliazione e reciproco rispetto di genere in una società culturalmente e socialmente evoluta che pensa meno alle differenze e più alle integrazioni dei ruoli e delle capacità individuali.
Nessuno si aspetti che la violenza sottile, quella che non può essere perseguita perché scivola tra le maglie di qualsiasi sistema giuridico di ispirazione democratica, finisca domani.
I cervelli, caro direttore, non vanno riprogrammati: è un discorso pericoloso, soprattutto di questi tempi. I cervelli non vanno riempiti di obblighi come vasi, vanno accesi come torce, dice Plutarco, affinché maturino autonomamente una weltanschauung, una mentalità sociale diversa. E questo non accade da un giorno all’altro; la fiamma della parità di genere va alimentata in modo costante, certo, ma poi deve imparare a sostentarsi e a rafforzarsi da sé, vincendo ogni giorno la sfida dei venti e delle correnti d’aria del sessismo, che purtroppo continueranno ancora per molto tempo a minacciarla.


















