Centomila anni che l’uomo soverchia la donna, la catena da rompere è culturale
Foto Francesco Mattioli
800x120 (1)
Così, per cambiare, non bastano le leggi di inclusione, parità e giustizia sociale; è necessario lavorare sull’educazione sociale e mentale delle giovani generazioni ogni giorno e fin dall’inizio.

IL PUNTO DI VISTA – Caro Direttore, mi chiami a esprimermi da sociologo sul tema del maschilismo, della discriminazione di genere, sulla violenza sottile. Tanti passi sono stati fatti in questi ultimi decenni, in un cammino che pure è iniziato molti anni fa – forse durante la Rivoluzione francese, di certo con il Movimento delle Suffragette – e in Italia con l’accesso al voto delle donne nel dopoguerra. E tuttavia, c’è ancora molto da camminare.

E non è questione di giocare con le parole – se dire sindaco o sindaca, se introdurre il linguaggio astruso della cultura woke tra asterischi e schwa – è questione di maturare una mentalità differente che conduca ad azioni differenti. Nei miei scritti ho ricordato spesso quel mio studente in carrozzella che, discutendo di emarginazione e inclusione sociale, sosteneva: “Chiamatemi infelice, handicappato o disabile, ma fatemi circolare per la città come tutti gli altri cittadini, abbattendo ostacoli e barriere architettoniche ”. Così ribadisco l’idea che non è la forma, non è attaccandosi ad una “o” ad una “a” che il problema si risolve, considerando ciò che avviene ogni giorno nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, per la strada, ma anche sui social.

E’ anche possibile che le leggi, le prescrizioni, le procedure della nostra società si stiano formalmente adeguando nel ristabilire una vera parità di genere; ma in una partita di rugby tra giganti e nani non puoi semplicemente far rispettare delle regole comuni, perché vinceranno sempre i giganti.

Occorre cambiare – prima ancora che le procedure – le mentalità, il gigantismo di genere di cui è tuttora intrisa la nostra società. Non si capisce altrimenti il successo che certi personaggi politici retrivi e maschilisti trovano presso tante donne, anche apparentemente moderne ed emancipate; senza fare nomi, non ce ne è bisogno, basta vedere cosa accade al di là dell’oceano o a casa nostra, e chi vuole capire capisca…

Sono almeno centomila anni che l’uomo soverchia la donna; e lo fa ancora oggi perfino con il conforto della religione, di ogni religione, che non è fede, è sovrastruttura storica e socio-antropologica della fede. Così, a sentire sia la psicanalisi per un verso, sia le neuroscienze per un altro, è possibile che questa manifestazione di potere sociale abbia attecchito nei meccanismi mentali inconsci, e persino genetici, degli individui, di tutti gli individui.

Così, per cambiare, non bastano le leggi di inclusione, parità e giustizia sociale; è necessario lavorare sull’educazione sociale e mentale delle giovani generazioni ogni giorno e fin dall’inizio. Una educazione che non è una resa del maschio, come teme qualche suprematista, ma non è neppure rivalsa, come pretende qualche antagonista in servizio permanente effettivo: una educazione che è piuttosto riconciliazione e reciproco rispetto di genere in una società culturalmente e socialmente evoluta che pensa meno alle differenze e più alle integrazioni dei ruoli e delle capacità individuali.

Nessuno si aspetti che la violenza sottile, quella che non può essere perseguita perché scivola tra le maglie di qualsiasi sistema giuridico di ispirazione democratica, finisca domani.

I cervelli, caro direttore, non vanno riprogrammati: è un discorso pericoloso, soprattutto di questi tempi. I cervelli non vanno riempiti di obblighi come vasi, vanno accesi come torce, dice Plutarco, affinché maturino autonomamente una weltanschauung, una mentalità sociale diversa. E questo non accade da un giorno all’altro; la fiamma della parità di genere va alimentata in modo costante, certo, ma poi deve imparare a sostentarsi e a rafforzarsi da sé, vincendo ogni giorno la sfida dei venti e delle correnti d’aria del sessismo, che purtroppo continueranno ancora per molto tempo a minacciarla.

 

Gli Stati Generali La Fune
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

ance
CAMCOMRIVT-banner-web-300x150
400 Confartigianato
CNA 300x300
aiac_banner_01
Masicar300x300-optimize
asvis 2
Fune 300x300
Onda
Foto Fisioterapy Center
lafune_300 x 600
POST FB 01
domenicale post
Jeep_Compass_apex_300x300_200
TdP_Inalazioni
monastero interno