Si è chiusa ieri la mostra di Francesco Galli al Copenhagen Photo Festival
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Le foto della mostra di Francesco Galli al Copenhagen Photo Festival che si è chiusa ieri. Nella capitale danese, nella galleria Bredgade Kunsthandel, il fotografo viterbese ha portato “In cerca d’identità, La mia città e la montagna”

Si è chiusa ieri la mostra di Francesco Galli al Copenhagen Photo Festival. Nella capitale danese, nella galleria Bredgade Kunsthandel, il fotografo viterbese ha portato “In cerca d’identità, La mia città e la montagna”. Un lavoro iniziato nel 2007 a Viterbo e che mette in risalto il rapporto tra paesaggio urbano e paesaggio naturale. Un lavoro personale elaborato nella sua terra, appunti Viterbo e la Tuscia, “ma che è stato perfettamente compreso – ha detto Galli – anche in Europa”.

“Il progetto – si legge nella descrizione della mostra – si è articolato attraverso una serie di temi: le mura medioevali; la notte nella città; la festa della santa patrona; il monte Palanzana, alle cui pendici si trova Viterbo; gli spazi della città e le automobili; i bordi dell’abitato; i muri e le superfici, passivi ospiti per scritte, segni e tracce.

Il tema centrale della mostra è il paesaggio, sia urbano che naturale, narrato come condizione dell’esistenza umana. Come in tante altre città italiane, a Viterbo le trasformazioni avvenute nel Novecento a causa delle ingenti distruzioni per i bombardamenti durante la II Guerra Mondiale, della costruzione di nuovi quartieri fuori dalle mura civiche e dell’abbandono della popolazione del centro storico hanno determinato una perdita di identità. Un’antica e radicata cultura che viveva una sana relazione con i luoghi e che sapeva ‘costruire’ paesaggi ha cessato di dialogare con gli spazi del vivere quotidiano, non riuscendo a rigenerarsi nel contemporaneo.

Oggi, più che un “non-luogo”, si percepisce un non-tempo. Il presente sfugge da sotto i piedi e il rapporto con le strade, le piazze, gli ambienti vissuti si è mutato in un passaggio distratto e indifferente. Si genera una sottile ma pervasiva alienazione, del tutto fuori luogo per un centro così piccolo che non ha vissuto lo sviluppo delle città medio-grandi italiane. Una porta rimane aperta, quella verso la natura. Un dialogo fatto di silenzi e sguardi da lontano avviene con il monte Palanzana, rilievo di origine vulcanica accanto al quale si è generata Viterbo. Per secoli questa piccola montagna ha fornito acqua, legno e pietra per costruire e far vivere la città; è stata luogo di eremitaggio, fuga e nascondiglio per chi dalla città voleva allontanarsi. La Palanzana trattiene e manifesta l’antica verità delle cose danno origine”.

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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