

VITERBO – Il 27 gennaio è alle porte. Sulla pagina Facebook “Viterbo, memorie e cartoline” una dettagliata ricostruzione del dramma della Shoah nella città di Viterbo. Per non dimenticare.
Questo il post che tutti dovrebbero leggere.
“Si avvicina il giorno della memoria. Chi pensa che Viterbo sia stata esente da questo tipo di barbaro coinvolgimento, sbaglia di grosso. Nel carcere di Santa Maria In Gradi esisteva un campo di concentramento istituito dalla Repubblica Sociale Italiana . Questi campi furono la rete di campi di prigionia e di transito attraverso cui tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 operò il meccanismo dell’Olocausto in Italia, finalizzato alla deportazione degli ebrei nei campi di sterminio, in primo luogo Auschwitz.
Come si evince dai documenti riportati, diversi viterbesi furono perseguitati per essere internati. Alcuni, fortunatamente, si resero irreperibili, ma altri furono arrestati e successivamente deportati.
“In questo contesto si inquadra la tragica vicenda della famiglia Anticoli, italiani di origine ebraica. Vittorio Emanuele Anticoli fu trasferito in un primo tempo nel carcere di S. Maria in Gradi, in seguito fu deportato prima a Fossoli poi, il 16 Maggio 1944, ad Auschwitz e da quel giorno si persero le sue tracce. Anche Letizia Anticoli, figlia di Vittorio Emanuele, fu reclusa a S. Maria in Gradi e, come il padre, fu deportata a Fossoli, ad Auschwitz ed infine, sopravvissuta alla “Marcia della morte”, raggiunse Mauthausen dove, dopo essere stata liberata, morì. Angelo di Porto, marito di Letizia, subì le stesse traversie della moglie, morendo però ad Auschwitz, subito dopo la liberazione del campo. Reale Di Veroli, moglie di Vittorio Emanuele, ebbe una sorte migliore rispetto al resto della sua famiglia, in quanto al momento del suo arresto era ricoverata all’ospedale Grande degli Infermi di Viterbo, scampando di conseguenza alla retata. Silvano di Porto, figlio di Letizia Anticoli e Angelo di Porto, di anni 5, si salvò restando nascosto a casa della famiglia Orlandi fino alla fine della guerra. La memoria di questa vicenda è stata tenuta in vita grazie al dottor Giovanni Battista Sguario, al quale va il merito di averla documentata e al sig. Massimo Salcini che custodisce la testimonianza diretta della madre, sig.ra Maria Ricci.
Al 2001 risale invece la targa affissa al terzo piano di via della Verità 19. Al punto che quasi mai nessuno se ne è reso conto. Da questa casa, a Viterbo, sono state deportati tre ebrei. Emanuele Vittorio Anticoli, Letizia Anticoli e Angelo Di Porto. Ricordati più dignitosamente, dal 2015, grazie alle Pietre d’inciampo dell’artista tedesco Gunter Demnig. E grazie all’università della Tuscia, all’associazione ArteInMemoria e a una studiosa in particolare, sempre della Tuscia. Elisa Guida. Sono stati loro a Viterbo le Pier d’inciampo. Piccoli blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone sulla faccia superiore con i nomi delle persone deportate, il luogo di deportazione e la data di morte. Le pietre sono incorporate nel selciato stradale delle città, davanti alle abitazioni degli ebrei uccisi”.

















