
Sei personaggi in cerca d’Autore
Mercoledì 7 agosto
di Matilde Massarenti
FERENTO – Vorrà perdonarmi il lettore se mi sono accinta a scrivere così tardi del bello spettacolo visto a Ferento lo scorso mercoledì: gli è che i testi pirandelliani hanno da sempre risuonato profondamente nella mia anima e ogni volta che mi càpiti di assistere alla messa in scena di uno di questi, essi non mancano di aprire quella infinita serie di scatole cinesi accatastate chissà in quale remoto angolo del mio cervello; raccontare cosa si nasconda dentro tali scatole non è mai impresa semplice.
Nel caso di specie, questi sei miserabili esseri umani alla disperata ricerca di un autore che possa
raccogliere la loro esistenza ed eternarla trasformandola in personaggi (dunque, in archetipi),
affrancandoli dal quotidiano e dalla banalità di una vita certamente tragica ma tranquillamente
licenziabile alla spiccia con un articoletto di cronaca, mi han fatto ragionare su come, ai giorni
nostri, Pirandello avrebbe potuto districarsi nell’affrontare questa tematica.
Essi personaggi dicono, in buona sostanza, “noi siamo vivi, ma non esistiamo perché l’autore non volle mai raccontare la nostra storia”. E, altrove, il regista da essi incaricato a mettere in scena le loro esistenze dice di non poterlo fare così come queste si svolsero perché non abbastanza “teatrali” e la loro storia, da essi considerata universale perché “propria”, se raccontata così come la vissero finirebbe per annoiare lo spettatore.
Non tutte le vite possono di per sé stesse assurgere ad archetipo, pare dirci – tra le mille altre cose che si ingegna di raccontare in questo testo – l’autore siciliano del secolo scorso: perché questo accada serve un autore che le renda universali ed efficaci sfrondandole, riassumendole,
imbellettandole all’uopo.
Mi son trovata a ragionare sul nostro, di secolo: c’è ancora la necessità di un autore nell’era in cui tutti sono autori di sé stessi, perpetui riscrittori della propria esistenza imbellettata, sfrondata, riassunta ad uso del pubblico attraverso le piattaforme social? Serve ancora un terzo, una mente esterna a noi che raccolga la normalità dello scorrere delle nostre esistenze (che normale e comune è ahimè persino il dramma) e la sublimi in archetipo quando la tecnologia ci consente ogni giorno di presentare al mondo la versione di noi stessi così come vogliamo che questa venga percepita, e di eternarla nella rete senza neanche più aver necessità di un attore che la rappresenti?
E quanto, e come questa immagine che proiettiamo potrà mai essere la verità, quando lo stesso Pirandello si affannò a far dire al regista “Ma che verità, mi faccia il piacere! Qua facciamo teatro! La verità, fino a un certo punto! “?
E lo spettatore, sia esso in platea o dietro lo schermo di un computer, quale verità percepisce? Quella immaginata dall’autore? Quella raccontata dai protagonisti? Nessuna, se non quella che esso stesso vuole percepire. Difficilmente potrà essere una rappresentazione del personaggio così come realmente egli è, sarà piuttosto come lo spettatore interpreterà che il personaggio sia. E di questo, continua ad ammonirci Pirandello, “chi sia chiamato a giudicar di noi, dovrebbe tener conto”.
Appresa dunque e metabolizzata la lezione dell’autore e determinata a tenere a sempre a mente, per il futuro, quanto sia una recita, una recita signori miei, ciò che appare nelle piattaforme social assai più di quanto non sia altro che una maschera quella che ciascuno di noi indossa ogni giorno per affrontare il gran teatro del mondo, non mi resta che ringraziare gli eccellenti teatranti (che van citati tutti: Felice Della Corte, Silvia Brogi, Gino Auriuso, Francesca Innocenti, Gioele Rotini, Marco Lupi, Titti Cerrone, Luca Vergoni, Andrea Meloni, Jessica Agnoli, Fabio Orlandi) per un’eccellente prova d’attore e il regista Claudio Boccaccini per esser riuscito nell’impensabile impresa di far funzionare un testo come i “Sei Personaggi” in un’estiva, peraltro ammaliando noi spettatori al punto da riscuotere, al saluto finale della compagnia, un applauso che pareva non voler mai concludersi.


















