

IL DOMENICALE – Ci sono gesti semplicissimi che raccontano una città meglio di molti documenti urbanistici: uscire di casa, fare due passi, incontrare un conoscente, sedersi qualche minuto, aspettare qualcuno, leggere un giornale, lasciare giocare un bambino, riposarsi dopo una salita. Sono azioni elementari, eppure richiedono spazi adeguati, panchine, alberi, ombra, fontanelle, bagni pubblici, marciapiedi accessibili, piazze nelle quali sia possibile sostare e non soltanto transitare.
Anche Viterbo dovrebbe guardarsi attraverso questi piccoli indicatori. Abbiamo spesso discusso di centro storico, turismo, commercio, mobilità, parcheggi, grandi progetti, ma esiste una dimensione più semplice e forse più importante: la possibilità di vivere la città senza dover necessariamente consumare.
Un bar è un luogo prezioso di socialità, così come un ristorante, un negozio o un locale; nessuno mette in discussione la loro funzione, anzi, una città viva ha bisogno di attività commerciali numerose e frequentate. Il problema nasce quando lo spazio nel quale incontrarsi tende progressivamente a coincidere con uno spazio nel quale bisogna acquistare qualcosa.
Se voglio sedermi devo ordinare un caffè, se voglio stare all’ombra devo cercare un locale, se voglio utilizzare un bagno devo entrare in un esercizio commerciale: a quel punto la città rischia di diventare meno pubblica. Lo spazio pubblico dovrebbe essere esattamente il contrario, il luogo nel quale tutti possono stare indipendentemente dal reddito, dall’età e dalla capacità di spesa.
Pensiamo a un anziano che esce di casa per fare una passeggiata: per lui la presenza di una panchina ogni tanto non è un elemento decorativo, ma ciò che rende possibile uscire oppure lo costringe a rimanere in casa. Pensiamo a chi accompagna un bambino, a una persona con difficoltà motorie, a chi aspetta un autobus, a un ragazzo che vuole incontrare gli amici senza avere ogni volta dieci o quindici euro da spendere. Sono persone diverse, ma hanno tutte bisogno della stessa cosa: una città capace di accoglierle.
Poi c’è il clima. Le estati sempre più calde stanno cambiando anche il modo di utilizzare gli spazi urbani. Una panchina sotto il sole, nel pomeriggio di agosto, praticamente non esiste; un marciapiede senza alberi può diventare difficile da percorrere; una piazza completamente mineralizzata può essere bellissima da fotografare ma poco piacevole da vivere.
L’albero, in questo senso, non è arredo urbano, ma infrastruttura. Produce ombra, abbassa la temperatura, migliora la qualità dello spazio, rende possibile fermarsi. La stessa cosa vale per l’acqua, per le fontanelle, per piccoli giardini ben tenuti, per percorsi pedonali continui e per luoghi nei quali sia possibile sostare senza sentirsi fuori posto.
Non servono necessariamente grandi opere. A volte basterebbe osservare la città dal punto di vista di chi la percorre lentamente, chiedersi dove può fermarsi una persona anziana, dove può bere, dove può trovare un bagno, dove può sedersi una famiglia, dove possono incontrarsi quattro ragazzi, quali piazze invitano a rimanere e quali invece sembrano progettate soltanto per attraversarle.
È anche una questione di solitudine. In una società nella quale aumentano le persone anziane e le famiglie diventano più piccole, lo spazio pubblico può svolgere una funzione sociale enorme. Una panchina non risolve la solitudine, naturalmente, ma può creare una possibilità di incontro; una piazza frequentata non sostituisce una rete familiare, ma impedisce che la città diventi una somma di individui chiusi nelle proprie abitazioni.
La qualità della vita nasce anche da queste occasioni casuali: incontrare qualcuno, scambiare due parole, riconoscere un volto, osservare bambini che giocano, vedere persone sedute in una piazza significa sentirsi parte di una comunità. Per questo sarebbe interessante che Viterbo adottasse un criterio molto semplice ogni volta che interviene su uno spazio urbano, chiedendosi non soltanto come apparirà, ma come potrà essere vissuto: quante persone potranno sedersi, quanta ombra ci sarà, quanto sarà facile raggiungerlo a piedi, quanto sarà accessibile a un anziano o a una persona con disabilità, quanto inviterà a rimanere. Una città può avere monumenti straordinari ed essere scomoda, può organizzare moltissimi eventi ed essere vuota durante il resto dell’anno, può avere belle piazze e non offrire luoghi nei quali stare.
La sfida è costruire una Viterbo nella quale il cittadino non sia soltanto automobilista, cliente, turista o consumatore: prima di tutto deve poter essere semplicemente una persona. Una città veramente viva non è quella nella quale c’è sempre qualcosa da comprare, ma quella nella quale, anche senza comprare nulla, viene voglia di fermarsi.


















