

IL DOMENICALE – La Tuscia è fatta di paesi costruiti in epoche nelle quali nessuno immaginava automobili, autobus e traffico quotidiano: centri arroccati, strade strette, porte medievali, case costruite direttamente sul bordo della via. Ma è fatta anche di espansioni più recenti cresciute lungo strade provinciali che nel tempo sono diventate vere strade urbane senza essere state completamente trasformate come tali.
È proprio in queste zone che il problema diventa evidente. Si entra a Vetralla, Montefiascone, Ronciglione, Soriano nel Cimino, Tuscania, Bolsena, Acquapendente o in tanti centri più piccoli e si incontrano tratti nei quali abitazioni, negozi, bar e fermate degli autobus convivono con carreggiate nate soprattutto per far scorrere le automobili. Il risultato è che per raggiungere una farmacia, una fermata Cotral, un supermercato o semplicemente il centro del paese bisogna talvolta camminare sul bordo della strada. Per una persona giovane può essere fastidioso, per un anziano diventa un problema di sicurezza.
La Tuscia è una provincia nella quale la popolazione anziana ha un peso importante e questo dovrebbe obbligare le amministrazioni a guardare le strade con occhi diversi: una salita affrontabile a trent’anni può diventare difficile a settanta, cento metri senza una seduta possono sembrare pochi finché non si cammina con un bastone, aspettare venti minuti un autobus senza pensilina è un disagio finché non si hanno ottant’anni e ci si trova sotto il sole di luglio o la pioggia di gennaio. Però continuiamo troppo spesso a considerare marciapiedi, panchine e pensiline come elementi secondari. Non lo sono.
Una panchina può permettere a una persona anziana di continuare ad andare autonomamente in paese, una pensilina può rendere utilizzabile il trasporto pubblico anche durante una giornata di maltempo, un percorso pedonale sicuro può consentire a un ragazzo di raggiungere una fermata senza essere accompagnato ogni mattina in automobile.
Il problema diventa ancora più delicato nei centri medievali, perché lì la risposta non può essere semplicemente costruire marciapiedi ovunque. A Civita Castellana, Nepi, Sutri, Caprarola, Vignanello, Vitorchiano e in molti altri borghi la forma stessa delle strade impedisce interventi tradizionali: edifici storici, carreggiate strette, porte e vincoli rendono materialmente impossibile aggiungere spazio che non esiste.
Ma il marciapiede è prima di tutto una funzione. Se non possiamo separare fisicamente automobile e pedone, dobbiamo modificare il modo nel quale condividono la strada. Significa istituire zone a 20 o 30 chilometri orari nei tratti più delicati, precedenza reale ai pedoni, pavimentazioni che rendano immediatamente riconoscibile lo spazio condiviso, eliminazione della sosta nei punti nei quali costringe chi cammina ad esporsi al traffico, sensi unici quando permettono di recuperare spazio e accessi limitati nelle vie nelle quali due funzioni non possono convivere in sicurezza.
In alcuni casi bisogna arrivare a una scelta ancora più semplice: se in una strada medievale non possono passare contemporaneamente un’auto e una persona anziana senza che una delle due sia in pericolo, non può essere automaticamente il pedone a farsi da parte. Deve essere l’automobile ad adattarsi alla strada, non il borgo medievale ad adattarsi all’automobile.
Anche le fermate Cotral meritano un discorso specifico, perché nei paesi della Tuscia rappresentano spesso l’unico collegamento pubblico verso Viterbo, Orte, Civita Castellana o altri centri maggiori. Un palo sul ciglio di una strada non può essere considerato un servizio sufficiente. Le fermate principali dovrebbero avere almeno seduta, riparo, illuminazione, orari leggibili e uno spazio nel quale attendere senza rimanere a pochi centimetri dalle automobili.
Quando nel centro storico non c’è spazio, bisogna avere il coraggio di spostare la fermata di cento o duecento metri, scegliendo un punto sicuro e collegandolo bene al paese. Potrebbero nascere vere microstazioni della Tuscia, semplici e poco costose: un nodo Cotral, una pensilina dignitosa, qualche seduta, un attraversamento protetto, informazioni chiare e, dove esiste, collegamento con il trasporto comunale.
Anche le panchine dovrebbero essere pensate come infrastruttura di mobilità. Nei centri in salita, nei percorsi verso il cimitero, la farmacia, il mercato, l’ambulatorio o la fermata principale, una seduta ogni 150 o 200 metri può permettere a una persona anziana di continuare a muoversi senza dipendere continuamente da un figlio o da un’automobile.
Ogni Comune della provincia dovrebbe allora fare un censimento molto semplice: strade urbane senza percorso pedonale sicuro, fermate prive di pensilina, tratti pericolosi per gli anziani, attraversamenti mancanti e percorsi verso i servizi essenziali.
Poi servirebbe un programma triennale verificabile. Non “miglioreremo la mobilità pedonale”, ma quanti chilometri verranno messi in sicurezza, quante fermate Cotral saranno sistemate, quante panchine verranno installate, quanti attraversamenti saranno protetti e in quanti tratti verrà ridotta realmente la velocità.
Perché la qualità della vita nella Tuscia non si misura soltanto dalla bellezza dei suoi borghi: si misura anche dal fatto che chi quei borghi li abita possa attraversarli, aspettare un autobus e raggiungere un servizio senza mettere a rischio la propria sicurezza.


















