

IL DOMENICALE – Quando una famiglia deve stringere la cinghia non smette di pagare l’affitto e non rinuncia ai servizi necessari, taglia ciò che può, un vestito, una cena, un mobile, un piccolo elettrodomestico, un regalo, un fine settimana, sono proprio queste rinunce a diventare, dall’altra parte del bancone, mancato fatturato.
Confesercenti e CER hanno previsto per il 2026 una crescita dei consumi complessivi dello 0,8 per cento, ma appena dello 0,2 per cento per i volumi del commercio. Non siamo quindi davanti a una catastrofe improvvisa, il rischio è più insidioso, un’economia che formalmente cresce mentre una parte del commercio continua a respirare sempre peggio.
Nella Tuscia questo meccanismo pesa particolarmente, perché una parte importante dell’economia locale è fatta di piccole attività, negozi, ristorazione, artigiani e servizi che vivono di ciò che ogni giorno le famiglie decidono di spendere.
Possiamo allora raccontarci che basti rendere più bella una piazza, organizzare un concerto o inventare una notte bianca, iniziative utili ma incapaci, da sole, di sostituire il potere d’acquisto, una strada piena di persone non è automaticamente una strada piena di clienti, un evento può portare migliaia di presenze per una sera, un negozio deve pagare affitto, energia, personale, imposte e fornitori per dodici mesi.
Per questo la politica dovrebbe smettere di dichiarare genericamente di voler “sostenere il commercio” e cominciare a firmare impegni che, tre anni dopo, possano essere giudicati con un sì o con un no.
Il Comune dovrebbe partire da un censimento pubblico dei locali commerciali sfitti, strada per strada, da completare entro sei mesi e aggiornare ogni 31 dicembre. Quello diventerebbe il punto zero. L’obiettivo potrebbe essere ridurre del 20 per cento, entro il 31 dicembre 2029, il numero degli immobili commerciali vuoti nelle aree individuate come maggiormente in difficoltà. Se oggi fossero cento, nel 2029 dovrebbero essere ottanta o meno. Non servirebbero interpretazioni, basterebbe contarli.
Lo stesso metodo dovrebbe valere per la sopravvivenza delle imprese. Il Comune dovrebbe pubblicare ogni anno quante attività commerciali hanno aperto, quante hanno chiuso e quante delle imprese nate tre anni prima sono ancora operative. L’obiettivo non dovrebbe essere celebrare cento nuove aperture, ma aumentare di almeno dieci punti percentuali, entro il 2029, il tasso di sopravvivenza a tre anni. Perché finanziare venti negozi che dopo diciotto mesi hanno già abbassato la serranda non è una politica di sviluppo.
Anche sulle tasse locali serve un impegno controllabile. Il Comune potrebbe individuare un paniere composto da Tari, canoni e altri prelievi direttamente comunali, calcolare quanto paga oggi una microattività tipo e impegnarsi a ridurre quel valore del 15 per cento entro tre anni nelle zone a maggiore desertificazione commerciale. Ogni anno dovrebbe pubblicare lo stesso calcolo, con lo stesso metodo, per permettere a chiunque di verificare il risultato.
La Regione dovrebbe fare altrettanto sull’energia, indicando quante piccole imprese partecipano oggi a comunità energetiche, gruppi di acquisto o programmi finanziati di efficientamento nella provincia di Viterbo. Quel numero diventerebbe la baseline. Entro il 2030 dovrebbe almeno raddoppiarlo e, per ogni programma finanziato, pubblicare il costo energetico medio sostenuto dalle imprese prima e dopo l’intervento. Non basta scrivere che sono stati stanziati cinque milioni, bisogna poter dire quanto hanno fatto risparmiare.
La Regione potrebbe inoltre misurare quante microimprese partecipano oggi a reti che condividono acquisti, logistica, servizi digitali o promozione, fissando un obiettivo numerico di crescita entro il 2030. Anche qui servono numero iniziale, numero finale e imprese effettivamente coinvolte, non il conteggio dei progetti approvati.
Lo Stato dovrebbe finalmente applicare lo stesso principio alla burocrazia. Si prende un gruppo standard di adempimenti richiesti a una microimpresa, si misura nel 2027 quante ore e quanto denaro servono mediamente per completarli e si stabilisce che entro il 2030 quel costo debba diminuire almeno del 20 per cento. Stessi adempimenti, stesso metodo di calcolo, verifica annuale.
Anche sul credito si può essere precisi. Non basta annunciare nuovi fondi, bisogna pubblicare quante microimprese sotto i dieci addetti hanno presentato domanda, quante hanno ottenuto il finanziamento, quale importo medio hanno ricevuto e quanti giorni sono trascorsi tra domanda ed erogazione. Un obiettivo sensato sarebbe portare il tempo mediano di risposta sotto i trenta giorni.
Questo metodo dovrebbe valere perfino per gli eventi. Se un Comune spende denaro pubblico per una manifestazione dichiarando che serve a sostenere il commercio, dovrebbe misurarne l’effetto. Un campione stabile di attività della zona potrebbe comunicare, in forma aggregata, l’andamento degli incassi rispetto a giornate comparabili senza evento. Se dopo tre anni scopriamo che alcune iniziative riempiono le strade ma non producono alcun beneficio economico apprezzabile, la politica dovrebbe avere il coraggio di utilizzare diversamente quelle risorse.
La stessa trasparenza dovrebbe precedere nuovi insediamenti commerciali di grande dimensione, confrontando aperture e chiusure nel commercio di vicinato prima e dopo l’arrivo delle nuove strutture, non servono quindi altri osservatori che producano documenti, serve un cruscotto pubblico aggiornato una volta l’anno, con pochi numeri sempre uguali, locali commerciali vuoti, aperture, chiusure, sopravvivenza a tre anni, peso dei tributi locali, costo energetico delle imprese beneficiarie, tempi di accesso al credito. A quel punto la politica non potrebbe più limitarsi a dire che ha investito, finanziato, promosso o sostenuto, dovrebbe dimostrare che qualcosa è realmente migliorato, perché un milione speso è un dato di bilancio, non un risultato. Il risultato si misura su quanti negozi sono ancora aperti quando quel milione è finito.


















