
di Francesco Mattioli
VITERBO – Una bonaria replica a Giulio Della Rocca: non sono stato chiamato in causa, ma Giulio Della Rocca ci è andato vicinissimo a farlo. Ha scritto che sarebbe bello educare i nostri giovani a lavorare, a prescindere dal posto fisso; il tutto condito dal discorso sulla società civile e sul superamento di certi pregiudizi.
L’esempio che gli viene spontaneo è quello della società americana, dove i giovani sono educati a “darsi da fare”. In effetti, la società americana pullula di giovani che, facendosi da soli, sono diventati gli Zuckerberg, gli Altman, i Musk, i Bezos, e via trumpettando..
Conosco da vicino la società americana – non così vicino come Della Rocca – e non posso che condividere la visione che ne ha il Nostro. Insomma, sottoscrivo il suo pensiero, in linea di principio.
E tuttavia, ci andrei piano. Ci sono alcuni ostacoli alla linearità del suo ragionamento. Vediamoli.
Il primo. Viviamo nella società dell’incertezza. E, prendendo spunto dal mondo contadino che era abituato a mettere fieno in cascina per i giorni cattivi, gli italiani –che sono stati per lo più contadini o terrieri fino a cento anni fa, specie poi i viterbesi – preferiscono andare sul sicuro. Quindi, lavoro e stipendio fisso; se possibile ben pagato, comunque fisso. Senza contare che, nell’Italia dei record del lavoro nero, il lavoro autonomo significa entrare in un tritacarne fiscale, e non solo…
Il secondo. Vero, nugoli di figlioli/e partono dall’Italia per andare a Londra ad imparare come si vive davvero, disposti/e a fare i camerieri/e; ma appunto a Londra (ora tirano anche Bruxelles e l’Olanda, in ribasso Berlino e soprattutto Parigi), che fa tanto chic e svegliabambocci, come una volta i figli di papà inglesi e tedeschi andavano a fare il loro “viaggio in Italia” alla scoperta dell’umanesimo e della classicità. Ma quegli stessi ragazzi – e i loro genitori – si guarderebbero bene dal vantarsi di fare i camerieri per mantenersi da soli in Italia.
Il terzo. I giovani italiani che si iscrivono alle università sono molto meno dei loro coetanei europei e americani. Sarà che in Italia tra numero chiuso, precaria alternanza lavoro-studio, difese corporative (la laurea non serve se non hai sottostato all’esame di stato per poterti iscrivere ad un ordine professionale, e quindi lavorare…) è difficile apprezzare l’esperienza universitaria. E in ogni caso, si sta demolendo il patrimonio conoscitivo nelle nuove generazioni, abituate a sintetizzare all’osso tramite i social, e quindi inclini a semplificare con la connivenza degli adulti.
Il quarto. Gli Stati Uniti sono la patria del pragmatismo (perfino quello filosofico…) e dello spirito avventuroso della frontiera. In Italia siano talmente umanisti che non solo comprendiamo anche l’incomprensibile ai più ( ed è un vanto), ma ci abbandoniamo facilmente a certa pedanteria intellettuale (ed è una disgrazia). Così, prima di decidere, facciamo passare tempi biblici e se decidiamo velocemente c’è li rischio di sbattere su qualche legge o regolamento e i loro cavilli che ce lo vietano, o su qualche complottista che ci maledice.
Il quinto. Se gli esempi dei nostri giovani sono certi influencer che traggono vantaggio dalle loro esternazioni gratuite, dalle loro esibizioni urlate e da un cattivo uso dei rapporti sociali, c’è il rischio che da eroi determinati e volenterosi delle loro imprese si trasformino in biechi opportunisti del mercato, trasformando i loro diritti e la loro libertà civile nella cinica licenza dell’ arrampicatore sociale.
Una domanda a Giulio Della Rocca. Il figlio del suo idraulico che fa?


















