
VITERBO – Bisogna essere scettici, bisogna avere speranza. “Se questo è un uomo” è il celebre titolo scelto per un libro sulla Shoah che ti scava dentro un vuoto enorme. Primo Levi è stato tra quelli che hanno scritto.
Ma che i milioni di deportati siano stati uomini non si può avere dubbio. Hanno patito, pianto, sofferto. Sono dimagriti, hanno cantato nel freddo della Polonia, mangiato bucce di patate. Hanno fatto docce, hanno chiuso gli occhi nelle docce. Sono tornati polvere, diventando cenere. Che le SS, i capò, gli indifferenti siano stati uomini è la cosa che mi chiedo oggi. Mi chiedo, da italiano, dove era mio nonno nel 1938 e mia nonna? E gli altri miei nonni?
I geni che oggi vivono in noi hanno attraversato il secolo breve, il suo orrore. La sua bestialità. Dove eravamo noi dentro quel guado della storia? Dove saremmo oggi se quell’inferno tornasse? E se fosse ancora presente sotto forme che non riusciamo nemmeno a capire?
“Conoscere ciò che è vivo in noi del passato, aiuta a comprendere il presente e a preparare l’avvenire”. E’ una frase di Luigi Einaudi. L’ho voluta all’inizio della mia tesi di laurea. Una tesi in analisi del linguaggio politico, al termine di un percorso di studio tra le tecniche e i cavilli della comunicazione di massa. Passai un anno e mezzo a studiare testi sul fascismo. Ne venne fuori un lavoro con titolo ‘Il potere fascista: tipologia, funzionamento e questione del consenso’.
Un relatore allievo diretto di Emanuele Severino, un controrelatore della cerchia di Ernesto Galli della Loggia. Uno studio serio, duro, articolato e complesso. E nella complessità ti rendi conto di come quell’orrore fosse originato dalla cosa più banale del mondo: dalla crisi della speranza (del liberalismo) e dal trionfo delle paure e dell’odio. Un trionfo che si è cibato di una mole enorme di sciacallagine. In quell’ambiente tutto venne piegato all’assurdo, anche la scienza.
Il manifesto della razza, firmato da troppi scienziati, ne è forse la vergogna massima. Non so perché ma quando, in tempi nostri, è stata battuta la notizia di 500 scienziati firmatari di un manifesto per dire che l’ambiente non è in pericolo la mia mente è corsa al 1938. La Shoah, che per tanti anni abbiamo chiamato con il termine poco gradito agli ebrei Olocausto, è sempre stato un qualcosa che ha segnato profondamente la mia vita. Destino volle che me la trovai come traccia agli esami di maturità e il mio tema del liceo fu quello. Negli anni ho raccolto molte informazioni, ascoltato testimonianze, letto analisi e riflessioni. Niente ha mai sciolto la domanda più banale: perché?
Quando oggi guardo mia figlia e penso alla Shoah mi domando come sia stato possibile per altri uomini come me, altri padri, rastrellare i ghetti, separare i figli dai genitori, ucciderli o usarli per esperimenti. Quel perché è una domanda che non riesco a sciogliere, che diventa ogni anno più forte. E la cosa più triste è che vedo i germi che arrivarono a generare la Shoah ancora intorno a noi oggi. In tante parti del mondo ma anche sotto casa.
Tecnicamente posso dire che la Shoah è esistita perché funzionale a un potere vuoto. Individuare un “nemico oggettivo” è una tecnica di potere che funziona tanto dalla notte dei tempi. E funziona tanto di più quanto la gente è vuota e arrabbiata. Una volta può essere l’ebreo, una volta l’omosessuale, una volta i cadetti o i contadini o gli intellettuali. Un potere può anche mutare il proprio nemico oggettivo nel tempo. Se il nazismo avesse “finito” gli ebrei non avrebbe sicuramente dismesso i campi. Avrebbe sviluppato, con ogni probabilità, una propaganda antislava o cose simili. C’è sempre bisogno di un nemico e di una guerra per un potere vuoto che punta a perpetrarsi.
Ma cosa permette a questo potere così terribile, distruttrice di chi colpisce ma anche dell’umanità di chi ne viene agitato, di controllare popoli e nazioni? Forse non molti sanno che l’adesione al PNF di tanti italiani veniva raccontata con l’acronimo stesso del partito fascista: “Per Necessità Familiari”.
E dove pensate siano finite le case degli ebrei deportati? E il loro oro e i loro beni? L’ideologia al servizio dello sciacallaggio. Lo sciacallaggio e la bramosia e “le necessità familiari” come olio per fare girare tutta la macchina. Il male è banale, scrive Hannah Arendt. E’ il tuo vantaggio possibile a farti mandare all’inferno quello che fino ieri era il vicino di casa. Un qualcosa che rischia di passarci accanto anche oggi. Cosa ti spinge a interrare rifiuti tossici sotto una scuola? La giornata della memoria dovrebbe aiutarci a riflettere su questo, per non rischiare di essere ridotto a momento vuoto e retorico.

















