SCRITTI SULLA SHOAH - Emanuele Ricucci: "La memoria è assunzione di responsabilità in un mondo che vuole discolparsi da tutto"
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27 gennaio, Giornata della Memoria. Con La Fune abbiamo deciso di dedicare un periodo di riflessione sulla Shoah e sulla memoria. Per questo abbiamo chiesto a diversi rappresentanti del tessuto sociale viterbese di intervenire. Pubblicheremo, di giorno in giorno degli scritti, appositamente realizzati. L’intervento di oggi è firmato dal giornalista de Il Giornale Emanuele Ricucci.

27 gennaio, Giornata della Memoria. Con La Fune abbiamo deciso di dedicare un periodo di riflessione sulla Shoah e sulla memoria. Per questo abbiamo chiesto a diversi rappresentanti del tessuto sociale viterbese di intervenire. Pubblicheremo, di giorno in giorno degli scritti, appositamente realizzati. L’intervento di oggi è firmato dal giornalista de Il Giornale Emanuele Ricucci.

 

 

di Emanuele Ricucci

 

L’equivalenza della storia è la posizione degli uomini integri. E liberi. Il bilanciamento perfetto per appoggiare entrambi i piedi e farsi leva per salire sul tempo. L’equivalenza della storia è piatta come un orizzonte, e quindi, di per sé, ci offre la visuale migliore per il progresso. Essa ci offre come carne sacrificale la Shoah, di cui a giorni ricorre il ricordo. E così il genocidio armeno, e il massacro delle foibe.

E non lascia spazio a forzature, né lascia trapelare luce. Rimane ferma, sospesa tra giudizi e pregiudizi, ansie storiche e inutili modernizzazioni. Mutilazioni e rumori di sottofondo; insistente vociare di generazioni, come una bolla scura, nera, densa. Ma solo l’equivalenza della storia parla di maturità civile. Solo il riconoscersi nello specchio dei tempi, fa sì che si realizzi il primo, significativo impianto del progresso, capace di sviluppare una coscienza comune.

Il punto di ripristino a cui tornare quando crasha il sistema. L’errore da non ricommettere. Le inutilità da evitare. I pericoli da annullare. La Shoah, il più grande orrore, il genocidio armeno, la persecuzione dei curdi; la carneficina delle foibe, la carestia indotta tra gli ucraini, dal regime stalinista, con milioni di vittime, per stroncarne le mire indipendentiste, i desaparecidos. E tanto altro.

In comune c’è la storia che è testimonianza di esistenza. Traguardo umano. E in ognuno di questi accadimenti, vi è un’universalità disarmante, che tocca lo stesso dramma. L’annichilimento degli uomini, la disumanizzazione, “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso” (articolo 2 della Convenzione Onu sul genocidio del 1948). Non importa dove, chi sia stato a stabilirlo. Se c’è una donna, piena di rughe e di gocce agli occhi, a pregare una lapide, in ginocchio sull’erba. Se c’è un fuoco ancora acceso, se c’è qualcuno a ricordare. Così come alla storia non si chiede né il numero dei morti né il costo delle grandi imprese, parafrasando Leo Longanesi.

La memoria è assunzione di responsabilità, traduzione di universalità, specie in un mondo che si scioglie in un tweet, specie in un mondo che vuole discolparsi da tutto. Soprattutto in un tempo in cui ancora vige, severamente, dubbio e diffidenza. E una sfumatura di negazionismo, che comprende i fenomeni citati, ma potrebbe abbracciare anche altri orrori. Potrebbe comprenderli tutti. Negazionismo, ridotto, troppo spesso, a un derby disperato e inutile.

Non è paragone. È accettazione. E silenzio. Poi preghiera, per i credenti, o riflessione. E solo dopo l’accettazione vi è la crescita, e poi il perdono. E dopo l’accettazione, il perdono e la crescita, ecco la maturazione. Il più grande augurio che si possa fare al nostro tempo, forse miope nel presente, ancora impegnato a condannare i fascisti, in assenza di fascismo. A rievocare fantasmi, mostri, censure, a norma di legge, a sviluppare frettolose macchine del fango. Ancora impegnato a rievocare le gesta o le rovine del comunismo, in assenza di comunismo. Ancora troppo impegnato a tirarsi addosso la merda del dubbio, e a cercare una pacificazione nazionale, cosiddetta, che si attende da settant’anni, tra chi oggi riposa in pace, ma ieri ha fatto una scelta, chiara, nitida, da una parte o dall’altra. E ce ne fossero oggi, in tempi di neet, di annichiliti cresciuti a pane e virtualità, di coraggiosi capaci di fare una scelta di patria.

Se si vuole succhiare ogni linfa vitale dalla democrazia, se si vuole la realizzazione del progresso, bisogna accertarsi di aver salito ogni scalino, senza averne saltato alcuno, affinché raggiunto l’apice, non si abbiano più dubbi o pregiudizi. Perché le oscure bolle dense nascono sempre dalla disconoscenza, e dall’indifferenza. Poiché il progresso è un miglioramento, non si deve intendere come sostituzione del passato, magari repentina e totalizzante, ma come integrazione efficacemente realizzata di esso.

Che sia un giorno di memoria. Per ogni eco lontano, per ogni dramma malsano. Per ogni morto innocente. Per non dimenticare ogni volta che un nano ha proiettato l’ombra di un gigante. Perché questo processo di attivazione della memoria abbia il coraggio di parlare di universalità. La speranza è che smetta immediatamente, la macabra e viscida danza dell’interesse e dell’egoismo intorno a chi è andato avanti, soffrendo. Morendo. Martire.

Il male è sempre banale, se trova attuazione nella debolezza. Hanno spento un fiore, ma subito un altro è sbocciato.

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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