SCRITTI SULLA SHOAH - De Simone: "Un momento dove la nostra società possa riflettere su se stessa"
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27 gennaio, Giornata della Memoria. Con La Fune abbiamo deciso di dedicare un periodo di riflessione sulla Shoah e sulla memoria. Per questo abbiamo chiesto a diversi rappresentanti del tessuto sociale viterbese di intervenire. Pubblicheremo, di giorno in giorno degli scritti, appositamente realizzati.

27 gennaio, Giornata della Memoria. Con La Fune abbiamo deciso di dedicare un periodo di riflessione sulla Shoah e sulla memoria. Per questo abbiamo chiesto a diversi rappresentanti del tessuto sociale viterbese di intervenire. Pubblicheremo, di giorno in giorno degli scritti, appositamente realizzati. Il contributo di oggi è firmato dal direttore di Confartigianato Viterbo Andrea De Simone.

 

di Andrea De Simone

 

La memoria storica collettiva riveste un valore fondamentale per la società: ha un ruolo che va, o quanto meno deve andare, ben oltre la retorica o la ritualità.

La memoria è il legame ancestrale che ci tiene ben saldi alle nostre radici. In un presente come il nostro, fatto di una collettività e unità il cui tessuto sembra essersi perso nel logoramento dei valori etici e delle idee, aggrapparsi con presa salda alla nostra memoria può essere l’unico espediente per non rischiare di perdere le nostre identità di uomini e cittadini.

Ecco perché occasioni come quelle della prossima giornata della memoria richiedono uno sforzo di coscienza e di intenti per impedire a noi stessi di cadere nell’aridità dell’ipertrofia della memoria. In altre parole, la nostra contemporaneità fatta per lo più di insidie “social” e di blackout di individualità ci mette di fronte a una scelta: una collettiva indifferenza che affonda in milioni di anonimi post 2.0 che omaggiano con standardizzato dolore all’immane tragedia della Shoah, oppure un preciso e puntuale, oltre che lucido e ragionato, lavoro di fortificazione del nesso che lega la funzione conoscitiva (sapere per evitare che accada di nuovo) con la funzione etica (riscoprirsi cittadini consapevoli dei valori universali).

In questo modo, la liberazione del campo di Auschwitz, simbolo della fine di uno degli esempi più tragici di efferati crimini contro l’umanità, smette di essere un evento accaduto e conclusosi nel 1945, epoca troppo lontana per le giovani menti costrette ad afferrare un presente che evapora nel giro di pochissimi click, per poter diventare un contenitore di senso che attraversi trasversalmente tutte le epoche umane, fungendo da pungolo stimolante, da spunto riflessivo, da input di crescita.

La giornata della memoria non può più essere, come ormai da anni accade, una ricorrenza sul calendario celebrata con una certa stanchezza e disimpegno morale da una società che ha perso la presa sulla propria identità. Il 27 gennaio, insieme al 10 febbraio (giorno del ricordo delle vittime delle foibe) e a tutte le giornate dedicate ad atrocità compiute ai danni dell’umanità, deve essere un’occasione affinché la società, la nostra società italiana, torni a discutere di sé stessa e di quello che sta diventando.

Parliamo spesso di una presa di coscienza sui mali che stanno intaccando il benessere dei cittadini, lottiamo quotidianamente con una crisi senza precedenti che ha piegato il pubblico e il privato, la disoccupazione che ha legato la formazione dei giovani, un progressivo collasso degli istituti di welfare a garanzia della dignità delle nostre famiglie. Sono innumerevoli gli aspetti che necessitano interventi di ricostruzione seri.

La voglia di “sistemare” tutte le storture del nostro Paese è tanta. Forse quello che manca è solo l’anello di giunzione che trasformi la progettualità in fattualità. Probabilmente se riuscissimo a ricordare chi siamo stati, sentendo scorrere nelle vene il nostro passato, saremmo in grado di affermare con forza chi non vogliamo essere. Forse quello che ci serve come cittadini e prima ancora come uomini è la capacità di saperci immaginare diversi dai volti muti che non hanno saputo opporsi con sufficiente forza e caparbietà a quanto di più aberrante sia stato commesso. Per riuscire a riappropriarci del nostro diritto alla dignità, probabilmente abbiamo solo bisogno di richiamare alla memoria la strada percorsa che ci ha portato a essere ciò che siamo.

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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