
IL PUNTO DI VISTA – Approfitto dell’apertura della decima edizione del Festival della Scienza e della Ricerca, organizzato dall’Università della Tuscia per proporre una serie di riflessioni proprio sulla scienza. Quando ricevetti i primi lumi concreti su cosa fosse la scienza – grazie a Vittorio Somenzi, personaggio di alta caratura intellettuale e titolare della cattedra di Filosofia della scienza alla Sapienza – compresi immediatamente che essa era altro da quel che mi ero immaginato nei miei studi liceali.
La scienza non era solo matematica, fisica e laboratorio, era tante cose assieme e non era necessariamente una conoscenza oggettiva in senso logico-matematico. Un altro mio maestro, Gianni Statera, mi insegnò che la sociologia è essa stessa un “fatto sociale”, condizionata quindi da fenomeni storici, sociali e antropologico-culturali.
Anni più tardi, frequentando a fondo il pensiero di Robert K. Merton e tenendo io stesso corsi di Sociologia della scienza, mi confermai nella convinzione che la scienza fosse una delle tante forme di conoscenza della realtà; probabilmente quella che era giunta a crearsi un patrimonio conoscitivo omogeneo, razionale, fortemente condiviso anche in virtù delle sue applicazioni, che avevano favorito lo sviluppo della civiltà umana e la società industriale in particolare.
Esistono altre forme di conoscenza: filosofica, teologica, artistico-letteraria; ma la conoscenza scientifica ha sempre dato l’impressione di essere “oggettiva”. Chi pratica le “scienze” sociali deve insistere molto per farsi accettare come scienziato, e non solo e non tanto dal pubblico, quanto dagli studiosi di scienze naturali, abituati ad essere razionali e ad esprimersi per equazioni. Hai voglia a ribadire che il sociologo, lo psicologo, l’etnologo creano conoscenza scientifica a partire da dati di ricerca, metodologicamente accurati.
Certo, la materia degli scienziati sociali – l’Uomo con le sue forme associative – è mobile, attiva, consapevole, non è fatta di atomi, sassi, onde elettromagnetiche e batteri, è una materia con cui lo scienziato è costretto a “dialogare”, e di cui fa parte. E questo giustificava la scissione epistemologica tra scienze fisiche e naturali da un lato, e scienze sociali dall’altro. Una differenza qualitativa: due cose diverse.
Soprattutto ad opera del neopositivismo, prevalente nel mondo scientifico fino a pochi anni fa, e tuttora considerato da certuni l’approccio scientifico per eccellenza, si è creduto per molto tempo che i “fatti” parlassero da soli e che la matematica non fosse un’opinione. Ma il neopositivismo oggettivista ha cominciato ad incrinarsi ai primi del ‘900, grazie allo sviluppo della fisica quantistica, alle scoperte di Plank e di Einstein e soprattutto alla costatazione di Bohr che la luce è sia onda che corpuscolo; così, nel 1927 Heisenberg formula il principio di indeterminazione che da lui prende nome, secondo il quale se vuoi misurare la posizione di una microparticella non potrai misurarne correttamente il moto, e viceversa.
Che c’entra tutto questo, con l’oggettività della scienza? Significa che se studi la materia avrai sempre un’ idea approssimata di essa, e se questo è vero per la fisica, lo sarà per ogni altra scienza. La verità scientifica è probabilistica, quindi convenzionale, frutto di una negoziazione di significati, di valutazioni sperimentali. Oggi non si dice più “Se A, allora necessariamente B”, ma “Se A, allora probabilmente B”.
Certo, spesso si giunge ad approssimazioni fin oltre il 95-97% che ci consentono di operare positivamente nella sperimentazione tecnologica, nella produzione, nella medicina; in altri casi ti affidi persino ad approssimazioni probabilistiche anche più basse, come nelle scienze sociali. Ma tutto ciò significa che quella differenza tra scienze fisiche e scienze sociali sancita in passato non è più da considerare come qualitativa, ma solo quantitativa, di diverso grado di attendibilità.
La scienza tutta dunque è probabilistica, procede per convenzioni, accordi, negoziazioni, verità simboliche e provvisorie soggette ad essere messe in discussione. Non vende verità “oggettive” e inappellabili; semmai verità utili al momento per farci crescere, offrirci comfort o per saperne di più su questo mondo. Perfino la matematica si ridimensiona nella sua verità oggettiva, almeno a livello teorico e logico: si pensi ai teoremi di indecidibilità di Gödel e di Turing o alla nota provocazione secondo la quale due più due fa approssimativamente quattro… Ma ciò non deve dare corda ad altri saperi al punto di farne antagonisti della scienza.
La scienza resta il modo più attendibile di conoscere la realtà fisica; non è con la filosofia o con l’arte che puoi mettere in dubbio la scienza: ciascuna lavora su piani diversi della conoscenza. Ad esempio riguardo all’etica e alla creatività interiore la scienza non può e deve avere nulla da dire (neppure le neuroscienze…).
La scienza ovviamente è essa stessa impresa umana, quindi è modificabile e perfettibile. Ma se qualche complottista prendesse l’occasione per metterla in discussione, farà bene a rendersi conto che le “verità” scientifiche possono essere messe in discussione solo attraverso il metodo scientifico e mediante le procedure di verifica poste dalla comunità scientifica. Il resto è fuffa.


















