


SPECIALE SANTA ROSA – Se chiedete a un viterbese verace dove risieda il centro del mondo, quello vi risponderà senza esitazione: “A San Sisto, appena sotto la Macchina”. È una teologia semplice, fatta di pietre antiche, sudore di facchini e un’incrollabile devozione per quella fanciulletta che tanto tempo fa decise di sfidare gli imperatori a colpi di pane e rose. Ma la Provvidenza, si sa, ha la testa dura e le gambe lunghe. E così la piccola Rosa, non contenta di essersi presa la sua Viterbo, ha preso la bisaccia ed è partita per un viaggio che la porta ancora oggi da un capo all’altro del globo.
Chi pensa che la Santa viva solo all’ombra del bulicame e delle Mura si sbaglia di grosso. La trovate, viva e vegeta, nel santuario di Querétaro nel caldo Messico, e poi giù verso il Brasile, o arrampicata lassù tra le vette delle Ande. Tre intere città portano il suo nome, e perfino nella remota Tanzania c’è chi, sottovoce, sussurra il suo nome quando il sole pesta forte sulla terra rossa. E che dire di Agrigento? Tra la solennità pagana della Valle dei Templi, spunta d’improvviso una chiesa dedicata a lei, a ricordarci che i santi veri non si spaventano di fronte ai giganti di pietra.
Il buon Vincenzo Ceniti, che di cose della Tuscia ne sa una più del diavolo, ci ha scritto su pagine illuminanti nel suo Paesi e patroni della Tuscia. È una vera e propria mappa dei miracoli. Prendete i grandi pittori spagnoli, gente abituata alle cose serie e ai drammi d’artista: il grande Bartolomé Esteban Murillo le ha dedicato tele sublimi, da una collezione svizzera fino al Worcester Art Museum negli Stati Uniti, dove la nostra Rosa sta dritta con la croce nella destra e le solite, immancabili rose nella sinistra. Al Prado di Madrid il de Frías y Escalante l’ha dipinta nell’ora solenne dell’Ultima Comunione, mentre a Bogotà, nella Pinacoteca dei Gesuiti, un dipinto di Vásquez de Arce ricorda il celebre “miracolo della gallina” con quell’ingenuo candore che solo la fede di una volta sapeva raccontare.
In Italia poi, la piccolina ha fatto sfracelli. A Torino, alla Galleria Sabauda, Macrino d’Alba le mette in braccio un bel fascio di rose; all’Accademia Carrara di Bergamo, Albertino Piazza le riempie il grembiule di fiori profumati. E poi c’è il grande Benozzo Gozzoli a Montefalco, la cappella tutta per lei a Santa Maria in Aracoeli a Roma, e la vicinanza fraterna con Santa Rosalia nella basilica dei Santi Cosma e Damiano. Persino Assisi, nella Basilica del Poverello, le ha fatto posto.
Ma il cuore, si sa, torna sempre dove si è fatto il primo pane. Nella sua Tuscia, Rosa fa capolino ovunque: a Bolsena nella Chiesa del Giglio, coronata dagli angeli; ad Orte, tra gli affreschi di San Bernardino dove sale in cielo con l’abito francescano; nell’ovale schietto del Villamena a Vetralla, o negli affreschi quattrocenteschi degli Sparapane tra le rovine di San Francesco a Tuscania.
È la grande lezione dei santi di paese: li credi tuoi, serrati dentro le mura del quartiere, e poi ti accorgi che hanno la casa grande quanto il mondo intero. Ma il 3 settembre, non ci sono storie: che sia dalle Ande, dal Messico o dalla Tanzania, la fanciulla di Viterbo torna sempre a casa per vedere i suoi facchini buttare il cuore oltre la salita di Santa Rosa.
















