Sanremo 2017 - Un Festival senza vallette, segno di un cambiamento importante
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Si sopporta anche l’insopportabibe, il Festival della resurrezione degli ascolti sarebbe in grado di sopportare anche il gelo e la neve. Fortunatamente in questi giorni, speriamo che duri, la riviera dei fiori è baciata da un sole caldo e splendente, che rende le giornate più dolci e serene.

Si sopporta anche l’insopportabibe, il Festival della resurrezione degli ascolti sarebbe in grado di sopportare anche il gelo e la neve. Fortunatamente in questi giorni, speriamo che duri, la riviera dei fiori è baciata da un sole caldo e splendente, che rende le giornate più dolci e serene.

Una ridente città dei fiori, illuminata dal sole e non solo dalle canzoni. Una bellissima settimana e soprattutto una bellissima giornata per accogliere i primi quattro giovani in gara. Marianne Mirage con Le canzoni fanno male, Francesco Guasti con Universo, Braschi con Nel mare ci sono i coccodrilli  e Leonardo La Macchia con Ciò che resta, sono stati i primi a sfidarsi tra loro in una gara a eliminazione diretta, impietosa sì ma allo share (la percentuale di ascolto) piace tanto.

Diciamoci la verità, i duelli all’ultimo sangue ci piacciono, la gara cruenta è il sale del Festival, e i risultati non si sono fatti attendere, il 50 e rotti per cento di ascolti non è uno scherzo. Finalmente Conti, come direttore artistico, ha capito che sì, si deve rimanere nella tradizione, ma bisogna guardare al futuro così, in questo caso sì, infrangendo la tradizione, ha fatto esibire i primi quattro giovani all’inizio dello spettacolo, e questo ha fatto certamente piacere a tutti, a prescindere dal gradimento o meno della pluralità di generi presentata.

Per i cantanti in gara, ha aperto le danze Bianca Atzei con la sua “Ora esisti solo tu” una canzone scritta da Kekko Silvestre, il cantante dei Modà. Il ritorno di Marco Masini, con una canzone molto intensa scritta in collaborazione con Zibba. Nesli con Alice Papa e il loro “Do retta a te”, nata da un’incontro in sala di registrazione è nato un duo con prospettive interessanti. Sergio Sylvestre, è un po’ un pesce fuor d’acqua, il suo brano anche se molto bello, non è adeguato alle sue capacità vocali, e lo penalizza molto. Gigi D’Alessio, con il suo brano dedicato alla mamma, presenta un suo classico dove si riconosce perfettamente l’artista ed il suo genere. Gabbani ha cercato di ripetersi, con molta fatica. Degni di nota i brani di Michele Zarrillo e Paola Turci, graditi ritorni dopo un lungo periodo di assenza.

Oltre alle canzoni, però, dovrebbe essere il momento di fare altre considerazioni, in particolare sul cambiamento di alcuni costumi a cui eravamo abituati: le vallette. Bisognerà farsene una ragione ma non ci sono più. La bionda e la mora, il vestito lungo e il vestito corto, la farfallina di Belen, le attrici in cerca del grande pubblico: tutto finito.

Se Sanremo è veramente lo specchio del Paese allora questa scomparsa potrebbe rivelare una nuova prospettiva, un ulteriore tassello al complicato puzzle della dignità e dei diritti delle donne. Che nell’aria ci fosse un cambiamento, ce ne eravamo accorti lo scorso anno, con l’ingaggio di Gabriel Garco. L’auto definizione fu quella di co-conduttore, ma gli chiarirono subito che il ruolo era quello del valletto: sordo o non udente, se non è zuppa è pan bagnato.

Quindi forse la notizia non è tanto la fine delle vallette quanto l’esistenza di un uomo, Carlo Conti, che non si lascia intimorire da una compagna di viaggio competitiva e agguerrita, una che anche volendo la spalla non la riuscirà a fare. Ma gli italiani non possono abbandonare le abitudini di una vita così velocemente. Per il maschio italiano Sanremo senza strafighe è come una partita di basket senza canestri. In fondo la donna sensuale tutte forme e poco cervello, è una sorta di antidolorifico, una specie di ansiolitico. E non si può smettere improvvisamente, meglio diminuire gradualmente la dose. Un cambiamento epocale nell’Italia. Un costume che portò al malcostume e che adesso sembra arrivato al capolinea. Ma abbiamo assistito solo alle prime due serate, aspettiamo la fine.

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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
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“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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