

VITERBO – Quando un problema è talmente grande da superare gli steccati ideologici, significa che si è arrivati al punto di non ritorno. O forse, più cinicamente, che è iniziato il grande gioco del posizionamento elettorale. L’altra sera, l’assemblea del Comitato di quartiere San Pellegrino ha registrato un fatto politico tutt’altro che banale per i canoni viterbesi: la presenza, e la sostanziale convergenza, di due pesi massimi dell’opposizione come Alvaro Ricci (Partito Democratico) e Andrea Micci (Lega).
Vederli lì, uniti dalla stessa identica preoccupazione per lo svuotamento e il degrado del cuore antico di Viterbo, fa un certo effetto. Soprattutto perché entrambi, in tempi e con ruoli diversi, la città l’hanno governata. E allora scatta inevitabile il riflesso del dubbio: mentre oggi i politici immaginano soluzioni strutturali e disegnano scenari futuristici, viene da chiedersi perché quello che propongono oggi non sia mai stato fatto quando le leve del comando erano nelle loro mani.
La crisi di San Pellegrino e del resto del centro storico, d’altronde, non è nata ieri. È il risultato di anni di promesse sbiadite, in cui tutta la politica viterbese – senza distinzione di colore – si è dimostrata incapace di arginare un declino che oggi rischia di essere irreversibile.
Le ricette della politica: tra housing sociale e i quattro pilastri
Il dibattito ha comunque messo sul tavolo proposte pesanti. Alvaro Ricci ha lanciato l’idea di un piano d’urto concreto: un investimento comunale da 1 milione e 500mila euro in tre anni per finanziare affitti a canone concordato e un fondo per azzerare gli interessi sui mutui destinati alla ristrutturazione delle case. L’obiettivo? Rimettere sul mercato gli oltre 1.000 appartamenti inutilizzati e abbandonati dentro le mura attraverso un accordo tra Comune, Regione e Ater.
Sulla stessa linea d’onda si è schierato Andrea Micci, che ha declinato la ricetta per il rilancio su quattro pilastri fondamentali: politica abitativa, commercio, servizi e eventi. Per il consigliere della Lega, non basta dare una casa alle persone: senza negozi di vicinato e servizi essenziali, qualsiasi ritorno dei residenti sarebbe solo una “toccata e fuga” temporanea. Un’analisi lucida, che però si scontra con il passato di chi ha già avuto l’opportunità di gettare queste fondamenta.
La vera svolta: verso un Comitato Unico del centro storico
Ma la vera novità della serata, quella che potrebbe cambiare gli equilibri, non è arrivata dai banchi della politica tradizionale. Nel corso dell’assemblea è emersa una proposta forte e strategica: la creazione di un comitato unico di tutto il centro storico.
Fino a oggi i quartieri dentro le mura hanno viaggiato a macchia di leopardo, ognuno con le proprie micro-battaglie. Unificarsi sotto un’unica sigla rappresenterebbe un passo in avanti decisivo per realizzare finalmente un progetto unitario, capace di pesare e di dialogare con Palazzo dei Priori con una sola voce, forte e non più frammentata.
L’ombra della lista civica dei residenti
Dietro a questa accelerazione associativa, però, si muove qualcosa di più profondo. Per qualcuno, infatti, la nascita di un comitato unico non sarebbe soltanto uno strumento di pressione sociale, ma il passo prodromico alla presentazione di una nuova lista civica dei residenti alle prossime elezioni comunali.
Se la politica tradizionale – sia quella che governa oggi, sia quella che ha governato ieri – continua a usare il centro storico solo come brand per la candidatura a Capitale Europea della Cultura 2033 o come sfondo per le sfilate elettorali, i cittadini sembrano pronti a fare da soli.
Il dossier della difesa dei residenti sta mettendo alla frusta tutti. E se il divario tra il dire e il fare continuerà a essere così profondo, la risposta potrebbe non arrivare più dai partiti, ma da chi le pietre di San Pellegrino le vive, le difende e, d’ora in poi, potrebbe volerle governare.

















