

VITERBO – C’è un momento preciso in cui la bellezza smette di essere una risorsa e diventa una colpa. Quel momento, a Viterbo, ha un nome e un cognome stampati sulle pietre grigie del proferlo: il quartiere San Pellegrino.
L’altra sera, l’assemblea convocata dal Comitato di quartiere non è stata la solita liturgia della lamentela. Giovedì 14 maggio 2026, all’interno della Sala Parrocchiale della Chiesa di San Pellegrino, si è consumata una di quelle riunioni che fotografano una frattura profonda. Tra le sedie, ad ascoltare e a prendere appunti, c’erano anche i consiglieri comunali Alvaro Ricci del Partito Democratico e Andrea Micci della Lega. Segno che la temperatura politica, sotto la cenere del disagio, è altissima. È la fotografia di una comunità che si sente assediata dal suo stesso splendore, sospesa tra il sogno di un turismo da cartolina e l’incubo quotidiano dello svuotamento, dell’abbandono e dell’anarchia della movida.
I residenti si sono guardati in faccia e hanno messo sul tavolo i pezzi di un puzzle che non si incastra più: parcheggi, pulizia, sicurezza, tutela del patrimonio e dei residenti. Da una parte la retorica del “gioiello medievale”, dall’altra la realtà di chi, in quel gioiello, ci deve vivere, camminare e, soprattutto, parcheggiare.
Il tema della sosta è emerso in modo prepotente, quasi violento, come una ferita aperta. I residenti hanno sempre più difficoltà a trovare un posto per l’auto perché gli stalli, semplicemente, sono stati ridotti. A via delle Caprarecce sono spariti i posti previsti e riservati a chi abita nel quartiere. E non è bastato l’incontro con il capo dei vigili urbani, rimasto una promessa sospesa nel vuoto: aveva garantito il ripristino dei vecchi cartelli di sosta riservata, inspiegabilmente volatilizzati, ma a oggi non si è visto un solo operaio al lavoro. Se a questo si aggiunge che il parcheggio delle Fortezze ha perso la bellezza di 80 posti auto, il quadro è completo.
Dalla discussione della Sala Parrocchiale emerge una situazione caotica, una terra di nessuno dove chi può ne approfitta per fagocitare spazi a uso e consumo di interessi privati, mentre le autorità e le istituzioni girano lo sguardo dall’altra parte o, peggio, favoriscono deliberatamente qualche attività alberghiera e imprenditoriale. A farne le spese sono sempre loro: i residenti, che vedono restringersi spazi e servizi a propria disposizione. Una combinazione micidiale di fattori negativi: le prepotenze dei piccoli interessi privati, l’incuria dell’amministrazione, l’incapacità di gestione istituzionale e l’assenza totale di interventi concreti e incisivi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: prevalgono i segni dell’abbandono e del degrado, ostacoli insormontabili che impediscono di porre le premesse per una vera rinascita.
Eppure, a leggere le carte e le cronache di Palazzo dei Priori, per l’amministrazione comunale la considerazione di San Pellegrino è altissima. Addirittura teorica. Il logo della campagna per la candidatura di Viterbo a Capitale Europea della Cultura 2033 riconosce e celebra l’importanza del quartiere. Come si legge sul sito del Comune, il marchio unisce tre elementi cardine: il Quartiere San Pellegrino, il Palazzo dei Papi e la Macchina di Santa Rosa, fusi in un segno unitario che richiama la “V” di Viterbo. Luoghi identitari che dovrebbero fare da motore per l’intera Tuscia. San Pellegrino, insomma, si eleva a simbolo determinante per l’Europa.
Da qui, però, sorge spontanea la domanda che nessuno a Palazzo vuole sentire: come si pensa di colmare il divario drammatico tra il valore geometrico del brand e lo stato in cui versa il quartiere? Come si riduce lo iato profondo tra il dire e il fare?
Perché i numeri, si sa, non mentono mai. E mettono a nudo una disparità di trattamento che fa riflettere. Nella zona del Palazzo dei Papi è previsto l’imponente progetto regionale del “Borgo della Cultura” da quasi 36 milioni di euro, a cui si aggiungono 425mila euro di fondi giubilari per il pavimento cosmatesco della Cattedrale di San Lorenzo e 500mila euro per il restauro della Loggia dei Papi. La Macchina di Santa Rosa si rinnova ogni anno, con un appalto esecutivo (2024-2028) da 1 milione e 600mila euro, di cui ben 460mila euro spesi dal Comune solo nel 2025. E a San Pellegrino? Per il quartiere-simbolo della cultura europea ci sono sul tavolo i lavori per il recupero dell’ex “Zaffera”, per un valore di 1 milione e 800mila euro di fondi FESR.
Un importo non trascurabile, sia chiaro, che merita di essere evidenziato. Ma se vogliamo proiettare San Pellegrino in una dimensione nuova, se vogliamo riconnettere la realtà al valore dichiarato nei depliant, il progetto della ex “Zaffera” deve essere un punto di partenza, non di arrivo. Per dare una svolta vera servono interventi strutturali: sulla pavimentazione che cade a pezzi, sulla rimozione dei fili elettrici che deturpano le facciate storiche, sul restauro dei palazzi e delle torri medievali. Va allineata, una volta per tutte, l’azione amministrativa alla cifra simbolica che si sbandiera nei convegni.
Ma oltre la tutela delle pietre, del patrimonio storico e architettonico, c’è la tutela degli esseri umani. C’è la tutela dei residenti, che sono l’asse portante, la linfa vitale, il sangue che scorre nelle vene di San Pellegrino. In tutto il centro storico vivono ancora migliaia di persone, ma questo dato viene troppo spesso, e colpevolmente, dimenticato. I quartieri storici muoiono se si trasformano in musei senz’anima o in parchi giochi per il fine settimana. Restano vivi se mantengono i residenti, se le case rimangono abitate da famiglie e non solo da valigie con le ruote.
Il Comitato di quartiere ha tracciato una linea chiara nella sala parrocchiale. Ora la palla passa all’amministrazione comunale, chiamata a decidere se continuare a navigare a vista nel degrado o se iniziare, finalmente, a governare la complessità di un centro storico che chiede solo una cosa: non essere usato come marchio, ma essere rispettato come comunità.

















