

VITERBO – Viterbo si è risvegliata. Il peperino grigio, quella pietra lavica che ha visto passare papi, imperatori e probabilmente anche le prime lamentele sulla viabilità, è tornato a brillare sotto il sole di questo weekend. L’occasione? San Pellegrino in Fiore, un evento che quest’anno sembra aver abbracciato una filosofia decisamente minimal.
Passeggiando per il quartiere medievale, il contrasto tra la pietra austera e i petali colorati è sempre un bel vedere, per carità. Tuttavia, chi cercava le cascate botaniche degli anni d’oro si è ritrovato a fare i conti con una realtà più “asciutta”. Se una volta i fiori invadevano ogni centimetro quadrato, oggi l’esposizione appare decisamente meno ridondante. Come recita un adagio amaro che sembra scritto apposta per il bilancio di quest’anno: “petalo che cade non rinasce”. O forse, più semplicemente, i fiori si sono messi a dieta.
Ma non temete, perché dove manca il gigantismo botanico, abbonda l’esperienza urbana. Tradotto: se non puoi fotografare una siepe a forma di leone, puoi sempre fotografare un tagliere di salumi. Le piazze si sono trasformate in salotti a cielo aperto dove turisti e locali, incuranti della “carestia” floreale, hanno preso d’assalto ristoranti e bistrot. In fondo, la vitalità della Tuscia si misura più in litri di vino locale che in numero di begonie.
Allontanandomi da Piazza San Carluccio sento dei suoni. In piazza della Morte, tra un’installazione e l’altra, le note delicate di un’arpa hanno tentato l’impresa impossibile: celebrare il senso della primavera e della vita nel luogo dal nome più funereo della città. Un ossimoro musicale che riassume bene l’edizione: un mix tra nostalgia per quello che era e la rassegnata gioia di godersi un raggio di sole sul peperino, sperando che l’anno prossimo, oltre all’arpa, arrivi anche qualche vaso in più.
©MaurizioDiGiovancarloTusciaFotografia



























