
VITERBO – Può una proprietà privata, tenuta in un cattivo stato, determinare una situazione di degrado in un luogo simbolo per una città? Poniamo la domanda sul tavolo della discussione cittadina perché francamente ci fa male vedere il quartiere medievale di San Pellegrino nello stato di semiabbandono in cui versa da lunghissimi anni.
La nostra attenzione è stata catturata dallo stabile situato al civico 47 di via San Pellegrino. Uno spazio potenzialmente fantastico, che potrebbe essere utile a fare vivere il quartiere, sempre chiuso. Forse non c’è mercato, probabilmente i proprietari non hanno intenzione né di venderlo né di affittarlo. Tutto legittimo. Ma lo è anche tenerlo in condizioni fatiscenti? Questo probabilmente non va bene e Palazzo dei Priori dovrebbe iniziare ad attivare ragionamenti in questa direzione.
Lo stabile in questione è infatti particolarmente in vista e nello stato in cui versa di fatto danneggia l’immagine del centro storico viterbese. Diventa difficile parlare di città turistica se non si inizia a porsi questo tipo di domande. Di fatto troviamo finestre rotte, porte scrostate, vetri sporchissimi e in alcuni casi sfondati e riempiti di rifiuti. Addirittura lavandini e scaldabagni da film horror alla bella vista.
Possibile che il Comune non possa fare niente? Possibile che non esistano strumenti di legge per imporre ai proprietari di intervenire? Ci domandiamo come mai tra le fila dell’amministrazione Frontini, che pure sta mostrando attenzione a questo tipo di cose, nessuno abbia ancora mosso un dito in questa direzione. Perché obbligare, pena multe, i proprietari di spazi commerciali a ricoprire le vetrine con foto antidegrado (quella sì che è stata una mossa giusta) in tante vie del centro e non badare alla situazione che c’è in quella che dovrebbe essere la via più turistica della città?
La rinascita di San Pellegrino deve necessariamente passare dai proprietari degli immobili. Perché se è vero che uno può disporre dei propri bene come meglio crede è altrettanto sacrosanto tutelare luoghi simbolo dall’abbandono e dall’incuria, anche di matrice privata.


















