

IL DOMENICALE / LE STORIE – A Bomarzo la fantasia del Vicino Orsini – non del Vignola, che pure ci mise lo zampino, ma qui a dettare legge fu il cuore inquieto del Principe – si è presa di quelle licenze architettoniche che ancora oggi ci lasciano a bocca aperta, popolando il bosco di giganti e monumenti di pietra che sfidano la gravità e il buon senso.
Ma chi è quell’ombra sottile, quasi un graffio nel paesaggio nebbioso della Tuscia, che sta scalando questi colossi barocchi? È Salvador Dalì. Pittore surrealista fin nel viso, nei baffi che sembrano antenne tese verso l’inconscio, negli occhi fissi su quell’insensato e su quel dispotico accostarsi di immagini che è, per definizione, la cifra del surrealismo.
Le immagini dell’Istituto Luce, che riemergono dagli archivi come fantasmi in bianco e nero, ci restituiscono un Dalì in pellegrinaggio. Una data, quella del 1948, impressa sulla pellicola, ma una memoria che corre più indietro, verso quel 1938 in cui il genio di Figueres avrebbe posato per la prima volta i suoi passi curiosi tra i mostri di basalto. Si dice che Dalì sia partito dall’America non appena ha saputo di questo parco. Non un turista, ma un cercatore di specchi. Perché quando lui appare, al limite della grazia e del delirio, tutti gli aspetti del bosco prendono improvvisamente lo stile di Dalì.
Il “Sacro Bosco” smette di essere solo un giardino e diventa il set di un sogno lucido. Dalì osserva la Bocca dell’Orco, ci si siede dentro, la interroga. Per lui, che del sogno ha fatto materia pittorica, Bomarzo non è una bizzarria da cartolina, è la prova che l’impossibile ha sempre avuto casa dalle nostre parti, tra le rocce della valle del Tevere.
Guardatelo, nelle immagini d’epoca: è una figura sospesa. Mentre scala il dorso di una balena di pietra o si perde nello sguardo vitreo di un gigante, sembra quasi voler rubare il segreto di quel delirio di pietra. Il Surrealismo, che in quegli anni dettava le regole dell’avanguardia europea, qui a Bomarzo trova il suo antenato più ingombrante e geniale.
Salvador Dalì tra i mostri di Bomarzo non è solo la cronaca di un incontro tra geni – quello antico del Principe Orsini e quello moderno dell’artista spagnolo. È la conferma che alcuni luoghi non si limitano a farsi vedere: aspettano qualcuno capace di sognarli. E in quel novembre di tanti anni fa, tra il silenzio degli alberi e il ghigno di pietra, il tempo si è fermato, piegato dalla forza di due mondi che parlavano la stessa, folle lingua.


















