

Di miracoli, la gente di Viterbo ne ha raccontati tanti. Alcuni sono scritti nei libri, altri negli ex voto dipinti sui legni vecchi, ma tutti sanno di fede vera.
Il pane, la brocca e le piume di gallina
Prendete il padre di Rosa, Giovanni. Un uomo d’un pezzo, preoccupato come tutti i padri del mondo quando vedono la propria figlia denutrirsi per dare il pane della credenza ai poveri del borgo. Una sera la ferma sulla porta: — «Apri quel grembiule, Rosa! Che c’è lì dentro?»
Rosa allarga le braccia e, al posto delle croste di pane duro risparmiate dalla cena, salta fuori un mazzo di rose fresche e rosse come il fuoco. Il sora Giovanni si grattò la testa, guardò il cielo e capì che con la sua bambina le regole della dispensa valevano poco.
Poi ci fu la storia della brocca alla fonte di Santa Maria in Poggio. Una birbante sbadata fa ruzzolare il coccio per terra, la brocca va in mille pezzi e la fanciulla, per scansare le busse di casa, punta il dito contro Rosa: — «È stata lei!». Rosa non disse una parola, non tirò neanche un calcio per dispetto. Si chinò, raccolse i cocci come se ricucisse un panno strappato, e riconsegnò la brocca intera e colma d’acqua alla bambina bugiarda, che se ne tornò a casa col rosso della vergogna sulle guance.
E che dire della gallina rubata alla mamma di Rosa? La ladra faceva la finta tonta e copriva la fanciulla d’ingiurie. Ma lassù Qualcuno ha il senso dell’umorismo: non appena Rosa si allontanò, un urlo fece tremare il vicolo. Sulla guancia della donna erano spuntate le piume! Solo quando la gallina tornò nel pollaio legittimo, la guancia della ladra tornò liscia com’era.
Pietre levitanti e teste calve
Rosa non era tipo da stare zitta. Quando c’era da predicare la parola di Cristo, non c’erano storie. Siccome era piccolina di statura e la gente si affollava, il Signore non si fece scrupoli: un masso di pietra scura si sollevò da terra di un paio di braccia e rimase sospeso in aria per tutta la durata della predica. Una cattedra di pietra volante per un’oratrice di dodici anni.
Un giorno, un eretico sbruffone — di quelli che sanno tutto loro e ridono delle cose sante — volle fare il simpatico e la urtò con la spalla mentre lei parlava. Rosa lo guardò con calma e gli disse: — «Fra tre giorni porterai addosso un segno, amico mio.» Puntuale come le tasse, al terzo giorno all’eretico caddero tutti i peli e i capelli. Dalla cima della testa fino alla punta dei piedi, liscio come un uovo di gallina. Dicono che da allora andasse in giro col cappello ben calato sulle orecchie e molta più educazione in corpo.
Nel 1243, quando le truppe dell’imperatore Federico II arrivarono sotto le mura di Viterbo con i cavalli e le lance, la piccola Rosa si mise in mezzo. Proteggeva la sua città con la preghiera e con la voce. E persino quando fu mandata in esilio a Soriano, nel 1250, arrivò un angelo a sussurrarle all’orecchio che l’Imperatore avrebbe presto tirato le cuoia. E così fu.
La promessa alle Clarisse e il miracolo dell’unghia
Rosa voleva entrare nel monastero delle Clarisse, ma le suore, sagge e burocratiche come tutti gli amministratori di questo mondo, le risposero che non c’era posto, che le celle erano piene. Rosa sorrise con un pizzico di malizia viterbese: — «Non mi volete da viva? Vi toccherà prendermi da morta.»
E mantenne la parola. Quando il Signore la chiamò a sé, apparendo perfino in sogno a Papa Alessandro IV, il corpo di Rosa fu trasferito incorrotto e morbido nel monastero di San Damiano, il 4 settembre 1258. Qualche mese prima, per indicare al Papa dove scavare, sul pavimento della chiesa di Santa Maria in Poggio era spuntata una rosa rossa fresca di rugiada.
Lassù nel monastero, Rosa non smise di darsi da fare
Tenne in piedi col pensiero il campanile che rischiava di crollare nella prima metà del Trecento. Quando nel 1357 una candela appiccò un incendio spaventoso che fuse persino gli ori e gli argenti dell’urna, il suo corpo rimase intatto, senza manco una scottatura.
Nel 1419, il buon Menico Di Marco tirò le cuoia; la moglie Covella andò davanti all’urna di Rosa e le promise un dipinto sulla cassa se le avesse ridato il marito. Tornò a casa e trovò Menico vivo e vegeto, pronto a chiedere la cena.
E nel 1451, apparendo in sogno alle monache, avvisò che “due vermi le rodevano la spalla”. La mattina dopo scoprirono che un malintenzionato aveva segato la ferrata dell’urna.
Ci fu pure un tedesco spilorcio e presuntuoso che volle comprare un’unghia di Rosa offrendo monete d’oro a una monaca tentata. La suora tagliò l’unghia col forbicino, ma dal dito della Santa cominciò a sgorgare sangue vivo. La monaca piantò un gran pianto, chiese perdono e l’unghia ricrebbe immediatamente al suo posto. Da quel giorno, per aprire l’urna, ci vollero due chiavi: una per la Badessa e una per la suora più anziana, a scanso di equivoci.
Fino alle palle di cannone
Passano i secoli, arrivano i francesi del generale Kellermann nel 1798 con le loro divise e i loro cannoni da Porta Romana. I viterbesi si strinsero attorno alla loro Rosina, e le palle di cannone rimaste inesplose andarono a portarle in dono al Santuario, a futura memoria.
Ecco chi è Santa Rosa per Viterbo. Non una statua polverosa sopra un altare, ma una di famiglia. Una fanciulla testarda che ha insegnato a tutti che la fede può far fiorire le rose nel grembiule, far ricrescere i cocci delle brocche e, quando serve, far tremare le gambe pure agli imperatori.

















