
ROCCALVECCE – Da Roccalvecce ci è arrivata una lettera in redazione. Da qualche tempo ci scambiamo pareri, considerazioni con alcuni residenti di questa piccola frazione di Viterbo. Vogliamo rappresentare la loro voce e dare forza alle loro ragioni. Riportiamo quanto ci hanno scritto.
In Italia non c’è la pena capitale, ma questo riguarda gli esseri umani non i luoghi, essi sfuggono all’articolo 27 della nostra costituzione e rimangono in balìa degli eventi; delle scelte sbagliate, della malapolitica, della speculazione.
Così succede a un borgo che ha attraversato secoli di storia, di dovere assistere alla propria morte. In questo gioco perverso non conta il blasone o la bellezza o le potenzialità inespresse, ma il mero calcolo politico, la conta del gregge.
Giorno dopo giorno assisto al suo disfacimento, alle case che si vanno svuotando, rimangono sulle sue mura solo poche testimonianze di una vita che fu, di una rilevanza storica, brandelli di una vita orgogliosa e operosa che hanno fatto grande questa parte di Tuscia.
Troppo piccolo questo paese, troppo lontano dal potere e dagli interessi di bottega per essere considerato, amministrazione dopo amministrazione sempre più ignorato, fino a giungere ai nostri giorni, dove neanche più i servizi minimi sono garantiti.
Eppure sarebbe compito di una amministrazione “illuminata” avere il comportamento del buon padre di famiglia, che di fronte a un suo figlio in difficoltà dedica a lui più attenzione e cura, così non è da tanto e tanto tempo, quindi cosa ti rimane? Stai lì, in attesa della tua inevitabile fine.
Puoi solo cercare di ritardarla. La piccola comunità, sempre più anziana, con meno energie, si organizza, taglia le erbacce e ripara le strade, promuove iniziative sociali, perché dopotutto lei lì ci vive ancora e lo vuole fare in modo dignitoso, certo, compiti che certamente spetterebbero al “buon padre di famiglia”, che però è sempre assente e interessato ai figli più in salute e che politicamente pesano di più.
A sua parziale discolpa si può dire che “il buon padre di famiglia” dispone di poche risorse, che vanno centellinate. Può essere vero, ma certamente non può succedere che al figlio in difficoltà di risorse non ne arrivino per nulla, zero spaccato, dopotutto, almeno per i servizi minimi ogni cittadino dovrebbe avere gli stessi diritti, non fosse altro perché lui le tasse le paga e si attende anche un ritorno.
Discorsi populisti? Di parte? No, discorsi che si fanno ogni giorno in una piccola comunità che si rifiuta di morire nonostante tutto, che coltiva ancora la speranza che il “buon padre di famiglia” si ravveda e rivolga finalmente lo sguardo verso il suo figlio più bisognoso di cure, anche perché, detto tra noi visto che non ci sente nessuno, lo merita per la sua storia, per la sua bellezza, per il semplice fatto che rappresenta un’opportunità e non un peso per l’amministrazione, perché è parte integrante della città e quindi pretende lo stesso trattamento.
Mi chiederete a questo punto: “ma questo è un pazzo, di chi sta parlando ?” Sto parlando di una piccola frazione, ma non di quelle di serie A, neanche di quelle di serie B, sto parlando della Cenerentola delle frazioni di Viterbo: di Roccalvecce. Amare riflessioni che lasceranno il tempo che trovano, ma se questo almeno servisse ad accendere un po’ d’interesse e un minimo di dibattito su queste storie che riguardano molte frazioni di Viterbo, beh, sarebbe già un bel passo avanti.


















