
IL PUNTO DI VISTA – Colgo la “provocazione” del direttore Pomi per riflettere in poche righe sul concetto di centro storico e sulle sue conseguenze sul piano urbanistico e sociale a Viterbo. Il concetto non è definito in modo univoco, anche se per tutto il ‘900 si è tentato di farlo. Perché non è univoca la definizione di “storico”, giacché può essere testimonianza storica sia il Colosseo che ha quasi duemila anni, sia Piazza San Pellegrino che ne ha quasi ottocento, sia il quartiere Coppedé di Roma che ne ha suppergiù un centinaio e l’Eur che ne ha ottanta.
Come vedete, ho citato tutti angoli della storia di Roma, tranne quello relativo al Medioevo; per la semplice ragione che la Roma papalina rinascimentale e barocca distrusse di fatto il tessuto medievale della Capitale (considerato solo “vecchio”), tranne poche eccezioni. Ciò significa che delineare un “centro storico” con i suoi confini e le sue caratteristiche è un’operazione soggettiva, con pochi vincoli oggettivi
(spesso temporali), molti dei quali persino pericolosi per la sopravvivenza di talune evidenze architettoniche.
Ricordo un paio di mostruosità viterbesi: l’infossamento della Torre di S. Biele tra i palazzi degli anni ’60 e ’70, e la recente distruzione di Castel Firenze, esempio di tardo liberty colpevole di avere poco meno di cento anni. Fatto sta che oggi la dottrina urbanistica e storica (non sociologica) asserisce che il limite temporale per dare la patente di storicità ad un’area urbana sono cento anni.
Viterbo ha un “segno” che aiuterebbe a delineare dei confini accettabili del suo “centro storico”; le mura medievali. Che tra l’altro, seppur mai abbastanza valorizzate, sono un bene raro e prezioso perché non solo sono molto antiche (XII-XIV secolo, quindi niente a che vedere con Lucca o Cittadella), ma sono anche pressoché senza soluzione di continuità e si sviluppano per ben oltre quattro chilometri (quindi niente a che vedere con Monteriggioni…).
“Aiuterebbe a delineare i confini del centro storico”: ho usato il condizionale. Perché, tanto per restare a Viterbo, ci si domanda: il complesso di Santa Maria in Gradi e dell’Ospedale Domus Dei (secc. XIII-XVII), Santa Maria della Verità (XIV-XVI sec.), Pratogiardino e Piazzale Gramsci
(sec.XIX), ma anche Santa Maria della Quercia (sec. XV), Bagnaia e Villa Lante (secc. XIV-XVII), mai vere frazioni perché raggiungibili da un viale che parte dalle mura, che cosa sono? E Piazza Crispi (anni ’20), il Quartiere Pilastro (primi anni ’40), quello dell’Ellera (anni ’50-’60) che cosa rappresentano nella storia urbanistica e socioantropologica della città? E ancora, e al rovescio: via Marconi (anni ’30), gli edifici degli
anni ‘50 del quartiere San Faustino-Trinità, l’ex sede della Banca del Cimino sul colle della Trinità, degli anni ’70, il palazzo moderno costruito in Via Matteotti negli anni ’90, tutti intramoenia, sono centro storico? E in che senso?
Il fatto è che le città nel tempo cambiano fisionomia, funzione, utilizzo, significato. Dunque, non ci può essere un criterio oggettivo – né urbanistico, né storiografico – che delimiti il centro storico; e neppure quello di Viterbo, talché facciamo affidamento sul circuito delle mura, cosa che tuttavia, come ha rilevato Roberto Pomi, pone qualche importante interrogativo soprattutto sul piano sociale ed economico.
Così, la costruzione del significato del concetto di centro storico diventa complessa e puramente simbolica, negoziale. Eppure, il centro storico assorbe una parte eminente delle attività politiche ed economiche della Città. Nel caso di Viterbo, che ha un centro storico di grande impatto storico-culturale e quindi turistico, ma presenta anche dinamiche sociantropologiche complesse, il problema è di particolare rilievo.
A dispetto del fatto – o forse proprio per questo – che vi abitino solo il 13% dei viterbesi. C’è ad esempio una divaricazione tra i luoghi di attrazione turistica e quelli di vissuto ordinario, i primi abbastanza curati, arricchiti di strutture ricettive ed enogastronomiche, di centri d’attrazione animati da iniziative culturali; i secondi in rovina (cfr. via S. Pietro), sempre più spopolati o popolati precariamente da minoranze sradicate secondo un processo inverso di gentrificazione (cfr. S. Faustino), dovuto anche al fatto che oggi l’abitazione viene intesa in modo ben diverso da un tempo.
C’è una complessiva crisi dello shopping, che non resiste alla concorrenza delle aree commerciali di periferia, dotate di ampi spazi e di comodi parcheggi. C’è una complicata gestione delle aree pedonali e dei servizi di trasporto pubblico. Con improbabili proposte, come quella di trasformare l’edificio della ex Banca d’Italia in università (e i parcheggi, i laboratori, le aule?) o in sede degli uffici comunali (a parte i parcheggi, ormai si fa – e sempre più si farà – quasi tutto online), mentre l’unica destinazione seria potrebbe essere quella di un hotel stellato
(se si vuole lanciare sempre più la Città su un mercato internazionale). Senza contare le famose Scuderie di Sallupara, in via di definitivo restauro ma di incerta futura utilizzazione.
Inoltre, con l’abbandono o la precarizzazione di molti spazi urbani, si propone anche il problema dell’ordine pubblico. Peraltro ha ragione Pomi: certe problematiche rischiano di estendersi anche al di fuori del centro storico tradizionale, magari non a Pianoscarano o a Piazza Crispi, dove sopravvivono forti “tradizioni”. Ma comunque occorre stare attenti all’evoluzione sociale e urbanistica della città e quindi agli stili di vita, che non possono essere, nel XXI secolo, quelli del Medioevo o dell’Ottocento.
Un’ultima domanda, solo provocatoria: dove sta il genius loci di Viterbo? C’è? E come funziona? E magari ce ne è più d’uno?


















