

IL DOMENICALE – C’è un silenzio che cresce nei centri storici. Non è quello delle sere d’inverno, né quello delle vie meno frequentate. È un silenzio diverso, fatto di saracinesche abbassate, di insegne spente, di spazi che restano vuoti per mesi, a volte per anni. È la desertificazione urbana, un fenomeno che attraversa anche la Tuscia e che riguarda da vicino Viterbo, così come molti borghi e città italiane.
Il paradosso è evidente: luoghi di straordinaria bellezza, ricchi di storia e identità, si svuotano proprio mentre cresce la domanda di esperienze autentiche, di qualità, di relazione. È come se il valore fosse lì, ma mancasse qualcuno capace di abitarlo. Per invertire questa tendenza serve un cambio di prospettiva. Non basta attendere che il mercato torni a funzionare da solo. In molti casi non accadrà, almeno non nei tempi necessari. Serve un intervento pubblico intelligente, capace di attivare energie nuove.
Una delle strade possibili è tanto semplice quanto radicale: mettere a disposizione immobili e spazi – pubblici e, dove possibile, anche privati – a canoni simbolici, destinandoli ad attività che generano vita, relazione, cultura. Artigiani, librerie indipendenti, gallerie d’arte, botteghe creative, associazioni no profit. Non grandi catene, ma presìdi urbani. Non solo attività economiche, ma luoghi che producono senso. Immaginare questa politica a Viterbo e nei centri storici della Tuscia significherebbe trasformare il problema degli spazi vuoti in un’opportunità. Locali oggi chiusi potrebbero tornare a essere laboratori artigiani, atelier, piccoli spazi culturali, luoghi di incontro.
Il meccanismo potrebbe essere costruito su un patto chiaro. Da un lato, il pubblico – Comune, eventualmente con il supporto di Regione, Provincia e fondazioni – individua immobili inutilizzati o sottoutilizzati. Dove gli spazi sono privati, può intervenire con incentivi, sgravi o contributi per favorire l’adesione al progetto. Dall’altro, i soggetti che accedono a questi spazi si impegnano non solo a utilizzarli, ma a garantire apertura, qualità, inserimento nel tessuto urbano. Non attività chiuse su sé stesse, ma realtà vive, capaci di interagire con il quartiere, con i residenti, con i visitatori.
L’affitto simbolico – uno strumento già sperimentato in diverse realtà europee – non è un regalo. È un investimento. Il ritorno non è immediatamente economico, ma si traduce in valore urbano: più presenze, più sicurezza, più attrattività. Un centro storico abitato è un centro storico che funziona. Le persone generano movimento, il movimento genera economia, l’economia genera ulteriori presenze. È un circolo virtuoso che può riattivarsi anche partendo da piccoli numeri. C’è poi un elemento spesso sottovalutato: la qualità delle attività.
Scegliere di destinare questi spazi a librerie indipendenti, artigianato, arte, associazionismo significa definire un’identità. Non riempire semplicemente dei vuoti, ma costruire un modello di città. Una città che punta sulla cultura, sulla relazione, sulla qualità della vita. Naturalmente, non è una soluzione priva di difficoltà. Serve una selezione attenta dei progetti, una gestione trasparente, un accompagnamento continuo. Serve evitare il rischio di iniziative temporanee, che si esauriscono una volta terminato il sostegno iniziale.
Per questo è fondamentale costruire reti. Mettere in connessione le nuove attività tra loro, creare percorsi, eventi diffusi, collaborazioni. Un laboratorio artigiano, una libreria, una galleria funzionano meglio se non sono isolate, ma parte di un ecosistema. Poi c’è il tema dell’abitare. Perché un centro storico vive davvero solo se è abitato. Le politiche sugli spazi commerciali devono andare di pari passo con quelle sull’accesso alla casa, favorendo anche qui soluzioni sostenibili, soprattutto per giovani, famiglie, lavoratori della cultura. Alla fine, la sfida è tutta qui: passare da centri storici da visitare a centri storici da vivere. La Tuscia ha tutto ciò che serve: bellezza, storia, dimensione umana. Ciò che manca, in molti casi, è l’innesco. Dare spazio, letteralmente, a chi ha idee, competenze, voglia di costruire può essere quel punto di partenza. Perché una città non si salva riempiendo vetrine. Si salva riempiendole di vita.


















