

IL DOMENICALE – C’è una verità che la politica locale evita accuratamente di guardare in faccia: se oggi nella Tuscia esistono ancora pezzi vivi di comunità, spesso è perché una minoranza di giovani continua ostinatamente a fare il lavoro che le istituzioni non riescono più a fare. Non è retorica. È realtà. Mentre per anni si amministrava senza una strategia vera per il futuro del territorio, mentre si moltiplicavano inaugurazioni, slogan, eventi temporanei e dichiarazioni vuote sui giovani “risorsa del domani”, intere generazioni venivano lasciate sole davanti a precarietà, mancanza di spazi, salari bassi, isolamento culturale e assenza di prospettive. Eppure, qualcuno è rimasto. Non perché la Tuscia abbia offerto grandi opportunità. Ma nonostante la Tuscia, così come è stata governata.
Oggi restare qui non è una scelta neutra. È quasi un atto politico. Significa rifiutare l’idea che il destino inevitabile di questo territorio sia lo spopolamento lento, l’invecchiamento, il declino gestito con rassegnazione. Sono ragazzi e ragazze che tengono aperte associazioni, organizzano attività culturali, fanno volontariato, costruiscono reti sociali, aiutano anziani, migranti, bambini, persone fragili. Tengono vivi doposcuola, mense, iniziative educative, spazi aggregativi. In molti casi stanno letteralmente sostituendo un welfare territoriale che arretra. Perché mentre le istituzioni chiudono spazi pubblici, rallentano progetti, lasciano immobili inutilizzati e tagliano tutto ciò che non produce consenso immediato, questi giovani continuano a tenere insieme i pezzi di comunità che restano.
La verità è dura: la Tuscia sopravvive spesso grazie a energie giovanili che la politica utilizza come alibi senza sostenerle davvero. Si celebrano i volontari nei discorsi ufficiali, ma poi li si lascia soli. Si esaltano le associazioni come “eccellenze del territorio”, ma senza investire seriamente in luoghi, strutture, continuità economica e progettuale. Così il rischio è enorme: trasformare la partecipazione giovanile in supplenza permanente delle mancanze pubbliche, e intanto chi governa continua troppo spesso a muoversi senza una visione contemporanea del territorio. La Tuscia continua a perdere giovani preparati perché non costruisce lavoro qualificato. Continua a svuotarsi perché non crea spazi culturali permanenti. Continua a invecchiare perché non affronta davvero il problema abitativo, della mobilità, della qualità della vita per le nuove generazioni.
Per anni si è parlato di turismo come soluzione universale senza capire che un territorio non si salva trasformandosi soltanto in vetrina per visitatori del fine settimana. Un territorio vive se chi ha vent’anni può immaginare lì il proprio futuro, invece troppi giovani restano sospesi tra precarietà e volontariato, costretti spesso a scegliere tra impegno sociale e sopravvivenza economica. Dentro questo quadro, alcune esperienze universitarie e associative stanno tentando di aprire una strada diversa: una Tuscia più internazionale, più aperta, più connessa al mondo. È qui che emerge un’altra grande responsabilità politica.
L’Università della Tuscia potrebbe essere uno dei principali motori di trasformazione del territorio. Potrebbe attrarre studenti internazionali, generare scambi culturali, creare corsi realmente globali, costruire percorsi multietnici, sviluppare reti con Paesi emergenti e università straniere. Potrebbe rompere l’isolamento culturale che da anni impoverisce la provincia. Ma tutto questo continua troppo spesso a dipendere dalla buona volontà di singoli docenti, ricercatori o gruppi di studenti, non da una strategia territoriale forte e condivisa. Questa purtroppo è la fotografia più impietosa della politica locale: la mancanza di una visione lunga. Perché attrarre studenti da fuori non significa fare beneficenza culturale. Significa generare economia, case affittate, servizi, librerie, socialità, innovazione, contaminazione di idee, nuove imprese, nuova vita urbana. Significa impedire che la Tuscia diventi definitivamente un territorio chiuso, anziano e marginale.
Ma per farlo servono scelte vere. Coraggiose. Non piccoli bandi o eventi celebrativi. Servono investimenti strutturali. Servono spazi pubblici restituiti ai giovani. Servono politiche culturali permanenti. Servono sostegni concreti all’imprenditorialità giovanile. Servono case accessibili. Servono luoghi dove stare senza essere consumatori obbligati. Soprattutto serve smettere di trattare i giovani come categoria retorica buona per i discorsi ufficiali. Perché oggi i giovani che restano nella Tuscia non sono il problema. Sono l’ultima barriera contro il collasso sociale e culturale di questo territorio. Ma una barriera lasciata sola prima o poi cede. Il rischio è chiarissimo: che anche questa minoranza ostinata, dopo anni passati a supplire alle assenze della politica, smetta di credere possibile il cambiamento e decida finalmente di andarsene. A quel punto la Tuscia non perderà soltanto dei giovani. Perderà definitivamente la propria possibilità di futuro. Speriamo invece che le nuove generazioni si approprino dell’azione e del potere politici, ridando speranza alla Tuscia.


















