
REFERENDUM WEEK – Abbiamo contattato l’Avvocato Massimo Pistilli per capire il suo pensiero in vista dell’ imminente referendum sul taglio del numero dei parlamentari. Un contributo prezioso, da leggere attentamente.
“Il cortese invito de “La Fune” è, in realtà, un’occasione di ragionare e scrivere su una consultazione referendaria (e un progetto di riforma costituzionale) su cui non avevo finora riflettuto troppo, se non altro perché sono convinto che ci siano in questo momento criticità gravi da affrontare (al di là dell’emergenza, che ce le sta soltanto ricordando).
Credo anche che la questione non si presti a giudizi lapidari, se non altro perché ci sono ragioni per votare sì come ve ne sono per votare no.
Da un punto di vista dogmatico, si voterà su una proposta della Carta Costituzionale che incide sulla materia della rappresentanza parlamentare; un punto divenuto, senza dubbio, critico nel sistema dell’architettura costituzionale, ma anche delle leggi ordinarie.
La proposta si propone di affrontare un’ipertrofia numerica della rappresentanza parlamentare, e mi pare che tale problema esista, abbastanza oggettivamente innegabile nel confronto (complessivo però) con gli altri sistemi democratici.
Il fatto, che mi pare ugualmente innegabile, però, è che le vere (e cioè non strumentali) criticità della attuale rappresentanza italiana sono altre due:
- il bicameralismo perfetto;
- l’elezione dei parlamentari affidata a liste bloccate decise dalle segreterie dei partiti che compilano le liste.
Se ne facciamo una questione di diritto costituzionale comparato, è di evidenza solare che nessun sistema democratico avanzato funziona con un bicameralismo assolutamente perfetto; semplicemente perché non ha alcun senso!
Il raddoppio della funzione legislativa, con i relativi costi in termini di efficienza, funzionalità, durata dei processi è un difetto senza alcun vantaggio.
Ma è anche la causa principale della ipertrofia quantitativa della rappresentanza parlamentare italiana; perché è chiaro che una sola assemblea legislativa (per esempio la Camera) anche con 630 deputati assicurerebbe la stessa proporzione di rappresentanza con un taglio di 315 senatori.
La proposta di riforma, invece – figlia della insopportabile urgenza di semplificare il complesso che caratterizza questa epoca – opera come taglio lineare di entrambe le assemblee rappresentative.
Con l’effetto perverso che, a riforma approvata, il Senato della Repubblica continuerà a svolgere esattamente le stesse funzioni legislative in modo specularealla Camera, ma con 200 senatori.
E, allora, è proprio il diritto costituzionale comparato a condannare la proposta, perché non esiste alcun ordinamento democratico nel quale la funzione legislativa sia esercitata pienamente con un rapporto di rappresentanza di 200 (tanti saranno i senatori) a 60 milioni (quanti sono gli abitanti).
Non sono tra coloro che – con attitudine conservatrice – pensano che la Costituzione debba essere una specie di feticcio intoccabile; è una Carta preziosa, che regola una grande Comunità e come tutti gli artefatti umani soffre il passare del tempo ed è comunque migliorabile.
Ma mi pare piuttosto assurdo sprecare un’occasione di riforma costituzionale per un semplicistico taglio lineare, che riduce eccessivamente il rapporto di rappresentanza senza porsi neppure le vere questioni di architettura costituzionale.
Infine, non mi sfugge certo che il sistema elettorale è materia di legge ordinaria.
Ma dato che uno degli obiettivi dichiarati della riforma è incidere sui costi del sistema politico e in qualche modo su una sua possibile autoreferenzialità come ceto, non posso non osservare chela riforma promette di rivelarsi una eterogenesi dei fini (soritre, cioè, effetti contrari alle finalità perseguite).
Se c’è un risparmio trascurabile e irrilevante, in termini di impatto complessivo sui costi del sistema Italia, è proprio il taglio della rappresentanza di primo livello.
Mentre il principale alimento dell’innegabile degenerazione della classe politica in ceto autoreferenziale è il sistema elettorale che sgancia la rappresentanza dagli elettori, determinando l’eleggibilità dei parlamentari in funzione della posizione in una lista bloccata decisa dalle segreterie dei partiti, senza alcuna garanzia di trasparenza e contendibilità.
Difetto che la riduzione del numero complessivo dei parlamentari non soltanto neppure attenua, ma probabilmente perfino aggrava.
Solo brevi riflessioni, cui potrebbero aggiungersene altre, anche meglio approfondite.
Ma, in sintesi, le ragioni per cui, pur consapevole della complessità della questione, voterò no al referendum costituzionale”.

















