

VITERBO – Caro Direttore,
non scrivo un articolo, scrivo una lettera al Direttore de “La Fune”. Mi riferisco al tuo fondo sulle differenze tra Viterbo, Spoleto e Foligno.
Conosco poco la seconda, ma molto bene la prima. Spoleto è, grazie al suo omonimo Festival, al centro dell’attenzione mondiale. Una fucina di spettacolo, di sperimentazione, di creatività internazionale. Il merito degli spoletini fu quello di dare credito e carta bianca a Gian Carlo Menotti che era sì un visionario ma anche un formidabile organizzatore; niente a che vedere con taluni personaggi, incensati dagli amministratori locali, che sono venuti a svernare a Viterbo e se ne sono andati senza lasciar traccia. E se qualcuno è rimasto disponibile, si sono ben guardati dal dargli ulteriore voce. Non c’é bisogno di far nomi; tu sai a chi mi riferisco e lo sanno molti dei tuoi lettori.
E’ dai primi anni Settanta che mi impegno per Viterbo, prima con il gruppo della Vedetta, poi con Italia Nostra, poi con le competenze accademiche maturate, poi ancora come assessore provinciale alla cultura e poi scrivendo e proponendo progetti e soluzioni dalle pagine di numerosi giornali, in qualche caso sfidandone anche il punto di vista del proprietario o del direttore editoriale.
Risultati, pochi; ma una cosa ho potuto constatare: che questa città vive nell’ignoranza, nell’improvvisazione, nel più codardo provincialismo, nel confronto politico ridotto a litigio di condominio; una ignoranza che, soprattutto, si rende pericolosa quando produce presunzione; presunzione di sapere.
Caro Direttore, lo sa cosa mi ha detto uno spoletino a proposito del successo internazionale della sua città? Che la vera svolta per Spoleto è stata la lunga galleria sotterranea che con le scale mobili consente di portare i turisti dai parcheggi al culmine del centro storico. Festival e Scala Mobile si aiutano a vicenda, perché non c’é cultura se non c’é accessibilità; in ogni senso. Ci lamentiamo del centro storico abbandonato ma non sappiamo neppure come renderlo accessibile e accogliente. E qui da noi uno straccio (non di più…) di street food internazionale, che è comunque occasione per conoscere altre culture, viene criticato perché ruba soldi ai baristi e ai pizzaioli di Viterbo…
Manca l’Arte Moderna a Viterbo? Anche, ma non solo. Qualcuno pensa di svoltare con la cultura se porteremo una dependance del Briccialdi di Terni a Viterbo. Qualcun altro continua a lustrare i musei locali. Qualcun altro prova a resuscitare le tradizioni popolari, magari ricorrendo a suggestive ma improvvisate rievocazioni. Qualcun altro redige stagioni teatrali estive e/o invernali rovistando nel catalogo offerto/imposto dalla Regione.
Il tutto slegato, senza una vera programmazione, quasi a tentoni, privo di una narrazione unitaria Il rischio della festa da strapaese è dietro l’angolo; Viterbo come Anagni, Cassino o Frascati insomma, altro che secondo centro culturale del Lazio dopo Roma.
Adesso si cominceranno a raccogliere proposte per Viterbo capitale europea della cultura; Torino si è mossa un anno fa, Pesaro anche. Ma noi sappiamo in che cosa e perché ci sentiamo potenziali capitale, o è solo il wishful thinking di qualche sognatore di buona volontà?
Non nego che vi siano bravi sognatori tra i nostri amministratori, mi onoro di essere amico ed estimatore di alcuni di loro. Ma temo che la marea montante di quel provincialismo che ci divide da Umbria e Toscana stia per travolgere anche chi avrebbe la forza per innovare e per crescere. Il peggior nemico del grano, si sa, è il loglio, un’erba tanto rigogliosa quanto inutile e dannosa che può soffocare il grano.
Buon lavoro.



















