
VITERBO (anzi VITERBESE) – Certe idee non nascono nelle stanze ovattate dei laboratori di marketing o tra le slide asettiche di qualche manager della domenica. No, le idee che colpiscono dritto al cuore della viterbesità – quella vera, un po’ ruvida, appassionata e inguaribilmente nostalgica – escono direttamente dal cilindro magico di uno che il territorio lo vive col battito accelerato. Parlo di lui, dell’infaticabile Silvano Petri, uno che di eventi nella Tuscia ne ha architettati a centinaia, ma che stavolta è riuscito a superare se stesso.
Prendete carta e penna, o meglio, mettetevi la sciarpa gialloblù al collo. Venerdì 25 settembre va in scena “Un tuffo nel passato”. Una roba che a definirla semplice “riunione” le si fa un torto colossale. Qui parliamo della reunion in sedicesimo (ma a grandezza naturale) di tutti i ragazzi che hanno indossato la gloriosa maglia del settore giovanile della Viterbese negli anni Settanta. Classi dal 1950 al 1963. Oltre cento partecipanti, roba che il botteghino della Curva Nord ai tempi d’oro se lo sognava.
Dal cemento del Rocchi alle tavolate di Tobia
Il programma è di quelli che fanno venire il groppo in gola ai nostalgici del pallone che fu, quello con i tacchetti di cuoio, i calzettoni tirati su alla bene meglio e l’odore acre della canfora negli spogliatoi. Si comincia la mattina, venerdì alle 9:30, tutti rigorosamente concentrati fuori dal tempio laico di viale Enrico Fermi: lo stadio Rocchi (zona curva ospiti, per non farsi mancare nulla). Foto di gruppo d’ordinanza, prima in tribuna centrale e poi – giù il cappello – direttamente a centrocampo, immortalati da un fotografo professionista che dovrà fare i conti con lo sguardo lucido e la pancia un po’ più abbondante rispetto a cinquant’anni fa di questi indomiti leoncini.
Poi, smaltita la prima scarica di adrenalina e i ricordi dei gol mangiati sotto la pioggia, via verso le 13:00 tutti al ristorante Poggio della Guardia, a Tobia. E qui la festa si fa seria.
Massimiliano Mascolo e i riti della memoria
A tenere le redini della carovana ci penserà lui, Massimiliano Mascolo, il cantore e depositario supremo della storia gialloblù, uno che la Viterbese ce l’ha stampata nel DNA (e come dimenticare la sua bibbia di carta, quel “Viterbese, settant’anni di storia” edito da Mariposa nel ’97 che sta nella libreria di ogni vero tifoso). Gadget per tutti, premiazioni sul campo (anzi, a tavola) e ben tre “spettacolini” colorati a movimentare il pranzo.
Il risultato? Adesioni letteralmente straripanti e sold out registrato con largo anticipo. Segno che la nostra città, quando smette di piangersi addosso e decide di rispolverare i propri album di famiglia, sa ancora stringersi attorno ai suoi simboli.
Venerdì al Rocchi non ci saranno punti in palio, né classifiche da salvare. Ci saranno solo dei ragazzi – un po’ brizzolati, magari con qualche capello in meno ma con lo stesso fuoco negli occhi – pronti a raccontarsi che sì, c’è stato un tempo in cui correre dietro a un pallone a Viterbo voleva dire sentirsi padroni del mondo.



















