

STORIE – Ma guardatelo, vi prego. Osservate questa piccola massa bronzea che pare un ninnolo dimenticato su un comò e invece è, a ben vedere, lo smartphone del soprannaturale. Siamo di fronte al Fegato di Piacenza, un pezzo che definirei di un’intelligenza plastica quasi sfacciata. Se l’etrusco, questo popolo così squisitamente ossessionato dal destino, voleva capire cosa avessero in mente gli dèi, non alzava semplicemente gli occhi al cielo. No, faceva un’operazione di una raffinatezza concettuale inaudita: proiettava la volta celeste sulla superficie viscerale di un ovino.
È un’idea meravigliosa e terribile al tempo stesso. Questo oggetto, ritrovato nelle campagne piacentine nel 1877 ma che parla la lingua colta delle lucumonie della Tuscia viterbese, è una vera e propria mappa del sacro. È diviso in quarantatre settori, ognuno dei quali è la “casa” di una divinità. C’è Tinia, l’equivalente del tronante Giove, c’è Uni che è la Giunone, e via discorrendo in un catalogo di potenze invisibili che qui diventano geografia. L’aruspice, questo intellettuale del fegato, non era un macellaio di bassa lega. Era un semiologo. Confrontava il fegato caldo dell’animale appena sacrificato con questo modello bronzeo. Se c’era una macchia, un’anomalia, un rigonfiamento in corrispondenza del settore di una data divinità, ecco che il messaggio era servito.
È una scultura che non cerca la bellezza ellenistica, ma la funzionalità del rito. Eppure, ha una sua estetica magica. Quelle protuberanze, che i medici chiamano processo piramidale e processo papillare, per l’etrusco erano montagne sacre, antenne riceventi di un mondo altro.
Si chiama “di Piacenza”, cosa c’entra con Viterbo?. C’entra, eccome se c’entra! Perché l’Etruria meridionale, con i suoi centri di Tarquinia e Vulci, era l’università di questa disciplina. Gli aruspici più celebri venivano da lì. Era a Viterbo e dintorni che si formava la classe dirigente dello spirito che poi esportava questi modelli in tutta la penisola.
Oggi questo reperto ci guarda dalle vetrine dei Musei Civici di Palazzo Farnese a Piacenza (attualmente in prestito alla mostra sugli etruschi di San Francisco di cui La Fune – Il Giornale dei Viterbesi ha già raccontato), ricordandoci che siamo stati un popolo capace di leggere il futuro nel sangue e nel bronzo. Un’operazione che oggi, tra algoritmi e intelligenze artificiali, ci appare d’una poesia struggente. Perché l’etrusco, alla fine, cercava solo una cosa: non sentirsi solo davanti all’enigma del domani.

















